La scomparsa del buon senso

3 October 2008

corriere.it

Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» è oramai un caro estinto soppiantato dall’insensato, dall’insensatezza e dal «dementismo » (ahimè, una demenza giovanile assai più che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perché? Lo dirò man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, il lungamente perseguito e pressoché riuscito suicidio dell’Alitalia; e, nel più grande mondo circostante, il crescente, e anch’esso insensato, «rigelo » nei rapporti tra Washington e Mosca. Quella dell’Alitalia era una morte preannunziata — e anche più che meritata — da almeno un decennio. Né sarebbe stato un suicidio inedito. Negli Stati Uniti la Twa (Trans World Airlines) è stata uccisa proprio dal suo personale di volo; e fu anche fatta tranquillamente fallire, come si fa nei Paesi seri. In Europa, e più di recente, alcune rispettabili compagnie di bandiera, come la Swissair e la Sabena, sono come qualmente passate in altre mani. Anche la Svizzera avrebbe avuto come noi l’alibi del turismo; ma che io sappia nessuno l’ha invocato e i turisti, mi dicono, ci sono ancora.Allora, chi ha messo in testa ai nostri piloti e alle vociferose hostess che ancora l’altro giorno esultavano gridando «meglio falliti che in mano ai banditi » (leggi: Colaninno) che Alitalia era una vacca sacra, una voragine mangiasoldi che però nessuno avrebbe osato toccare? Forse nessuno. Forse tra le nostre aquile e aquilette «selvagge» non ci sono più teste in grado di usare la testa. Certo è che fino alla ventitreesima ora dell’ultimo giorno chi ha pensato (male) per tutti è stata la casta dei piloti, l’Anpac; ben assistita, si intende, dalla Cgil e altri protettori politici. E ancor più certo è che il buon senso avrebbe affrontato e risolto il caso Alitalia da gran tempo. Se, appunto, il buonsenso esistesse ancora. L’altro caso, dicevo, è quello del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Era inevitabile? No. A mio avviso era evitabile e assolutamente da evitare. E la colpa di chi è? Per Salomone sarebbe stata per metà di Bush e per metà di Putin. Per il grosso degli occidentali è soprattutto di Putin. Per i meno, che mi includono, la colpa è invece soprattutto di Bush e dell’«ideologismo democratico» che oggi imperversa incorporato nell’altrettanto imperversante contesto del politicamente corretto.

Sia chiaro: la teoria della democrazia liberale non è, in quanto tale, un’ideologia, visto che è una teoria che ha funzionato in pratica, che si è realizzata nel mondo reale, mentre le ideologie sono (come le utopie che le hanno precedute) teorie senza pratica che clamorosamente falliscono nell’attuazione (vedi per tutti l’Urss), e che sopravvivono come fedi, come un pensiero che nessuno ripensa più, come un ex pensiero fossilizzato. Dunque la teoria della democrazia è una cosa, e l’ideologismo democratico che è esploso nel ‘68 e che ne proviene, è tutt’altra cosa. La prima ha fatto le democrazie, la seconda semmai le disfa. Ciò premesso, oggi l’urgenza è di stabilire e ristabilire senza paraocchi ideologici la realtà dei fatti, la realtà della «forza delle cose». E il fatto è che il mondo nel quale stiamo vivendo è il mondo più pericoloso nel quale l’uomo sia mai vissuto.

In parte perché stanno proliferando armi di distruzione di massa che ci potrebbero sterminare tutti; e in parte perché la dissennata crescita della popolazione (che il buon senso anche a questo effetto avrebbe dovuto impedire) ha innescato una sequela di altre crisi: dell’acqua che manca, del clima, delle risorse energetiche. E quest’ultima è la crisi più esplosiva del momento, visto che sta ridisegnando la mappa del potere mondiale tra chi dispone di petrolio e di gas e chi no. Gli Stati Uniti di petrolio ne hanno poco, l’Europa quasi punto. Invece la Russia ne ha. Ne hanno anche, si sa, il Venezuela, la Nigeria, l’Iran e alcuni Stati arabi del Medio Oriente; ma sono tutti Stati o traballanti o ostili e infidi. Il buon senso suggerisce, allora, che la Russia di Putin è, per l’Occidente, un alleato indispensabile. Se Putin venisse indispettito oltre misura, potrebbe chiudere i suoi rubinetti e l’Europa sarebbe in ginocchio in due mesi, gli Stati Uniti in gravi difficoltà entro sei.

Eppure il presidente Bush sta facendo di tutto per indispettirlo. È lui che per primo ha violato le intese indebitamente consentendo l’indipendenza del Kosovo; è lui che si propone di avvicinare i suoi missili intercettori ai confini della Russia, è lui che vuole incorporare nella Nato i Paesi dell’Europa orientale, è infine lui che sotto sotto ha incoraggiato la Georgia a sfidare Putin. Insomma Bush si comporta come se lui fosse il gatto e Putin il topo. L’acume di Bush mi è sempre sfuggito. Ma quando ho conosciuto Condoleezza Rice in panni accademici, lei era davvero intelligente (a detta di tutti). Pertanto quando una decina di giorni fa ha dichiarato che la crisi del Caucaso lascia la Russia «isolata e irrilevante» sono restato di stucco. Possibile che il potere logori anche l’intelligenza delle donne? Davvero gli Stati Uniti credono di poter condizionare Putin con rappresaglie finanziarie e bloccandone l’ingresso nell’Ocse e nel Wto? Eccezion fatta per il formidabile potere deterrente del suo arsenale atomico, a tutti gli altri effetti gli Stati Uniti sono oramai, al cospetto della Russia (e anche della Cina) una tigre di carta. E questa è la realtà.

Beninteso io rispetto e mi sento anche debitore dello zelo missionario degli americani atteso a promuovere la democrazia nel mondo. Ma sono spaventato da uno zelo missionario che cade in mano a un «ideologismo democratico» di marca Sessantottina che, appunto, stravolge ogni buon senso.

Giovanni Sartori

Oltre quella porta

26 July 2008
E’ incredibile quanto l’essere umano sappia sempre e comunque adattarsi alle cose…

Di fronte ad uno spettacolo meraviglioso pensiamo che questo lascerà un segno indelebile nella nostra anima…
…ma già al secondo sguardo riusciamo a cogliere solo metà della sua bellezza…

Allo stesso modo, se qualcuno entra a far parte della nostra vita ci abituiamo subito…
…al punto di non accorgerci nemmeno che questa persona è indispensabile…
fino a quando non rischiamo di perderla…

DD #228

Maledetti professori

26 July 2008

repubblica.it

IL “PROFESSORE”, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all’università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un’immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a “modello” dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E’ almeno da vent’anni che tira un’aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.
Siamo nell’era del “mito imprenditore” . Dell’uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l’artigiano e il commerciante. L’immobiliarista. E’ “l’Italia che produce”. Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.

Competenze apprese “fuori” da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la scuola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.
Si pensi all’invettiva contro i “professori meridionali” lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato “suo figlio” agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).

Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l’insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per “progetto” - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all’università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all’insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D’altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.

Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.

Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell’informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare “opinionista” anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una “pupa ignorante”, un tronista o un “amico” palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza “studenti”. Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?

Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

Frustrazione - le strategie per vivere… bene

7 July 2008

 

Frustrazione significa delusione o disappunto per il mancato appagamento di un desiderio coltivato, purtroppo, invano. Sono decisamente frustranti gli ostacoli esterni (… ambiente) o interni (… atteggiamenti, convinzioni, modi di pensare, ecc.) che impediscono, in qualche modo, l’appagamento delle tensioni personali verso obiettivi coinvolgenti. Ogni giorno siamo colpiti, più o meno violentemente, da frustrazioni e queste particolari delusioni ci costringono indubbiamente a crescere, ad aprirci verso nuove conoscenze, a cambiare “rotta†ai nostri progetti, a orientarci verso nuove mete che fino a quel momento non erano prese in considerazione e per niente ipotizzate. A volte le frustrazioni dipendono dal fatto che un obiettivo fissato diventa irraggiungibile; altre volte la meta verso cui ci spingiamo sembra allontanarsi nel tempo ed è meno facile poterla conquistare; e, ancora, si viene accusati o attaccati fino a mettere in grande difficoltà una delle abilità personali indispensabili per raggiungere l’obiettivo; molto spesso, infine, la frustrazione nasce non da fattori esterni, ma interni all’individuo. Si determina cioè un conflitto tra il desiderio di affermarsi, di essere “aggressivi†verso la realtà circostante e la tendenza ad adattarsi passivamente alla situazione per evitare problemi e difficoltà. Al di là dell’origine, comunque, quando supera determinati valori la frustrazione determina uno stato di malessere fisico ed emotivo. Le energie predisposte per raggiungere la meta prefissata non possono essere infatti utilizzate per il loro scopo originario e quindi finiscono per scaricarsi sull’individuo, diventando pericolosi aggressori dell’equilibrio psicofisico (… agendo ovviamente anche sul sistema immunitario). I conflitti che creano frustrazione nascono molto spesso nell’ambiente lavorativo, quando ad esempio esistono posizioni contrastanti a livello gerarchico tra membri del gruppo o tra colleghi. Il modo di reagire alle frustrazioni dipende dalla personalità dell’individuo, dai condizionamenti dell’ambiente, dai rapporti interpersonali esistenti, dalla storia culturale della persona o dal tipo di obiettivo che si stava perseguendo. La reazione alla frustrazione può essere irrazionale o, magari, decisamente sproporzionata, altre volte invece risulta equilibrata, creativa e costruttiva. La capacità di reagire in modo positivo a questo disagio è considerata di solito una qualità indispensabile per mantenere un adeguato equilibrio emotivo. La reazione può essere aggressiva e indirizzata verso l’oggetto (… la persona) che ha causato l’ostacolo che si frappone all’appagamento del proprio desiderio. Ma vi è anche l’aggressività autodistruttiva, quella cioè che l’individuo rivolge contro se stesso, perché si considera la causa del fallimento (… si veda ad esempio lo stato depressivo). A volte il soggetto assume nei confronti dell’aggressore che ha ostacolato la realizzazione della soddisfazione un atteggiamento premuroso e zelante, come se temesse il ripetersi di simili situazioni o aspettasse il momento per vendicarsi (… rimuginare). In altri casi ancora le ripetute frustrazioni sono all’origine di atteggiamenti maniacali, quali la ricerca esasperata dell’ordine o la pignoleria, oppure di reazioni infantili quali l’eccesso di paura o di temerarietà. Imparare a rispondere in modo “adeguato†alle frustrazioni con cui quotidianamente tutti dobbiamo inevitabilmente fare i conti., è non solo un segno ovviamente di maturità, ma anche una condizione necessaria per la propria salute psicofisica. Ecco alcuni suggerimenti utile per fronteggiarlo e contenere i danni.

• E’ utile, se non indispensabile, cercare strade alternative per raggiungere obiettivi che possano compensare la delusione subita.
• Imparare ad affrontare l’ostacolo esaminando attentamente esperienze analoghe o ricorrendo all’aiuto di un amico, di un familiare, di un esperto (… senza vincolarsi a schemi o modalità di pensiero che non sono propri).
• Sostituire l’obiettivo irraggiungibile, dopo attente valutazioni e riflessioni, con un altro ritenuto più fattibile e realizzabile. Le energie disponibili in vista della prima meta possono così essere utilizzate in modo più creativo e realistico per ottenere risultati utili.

Quando le ripetute frustrazioni si sommano a ritmi eccessivi nell’attività lavorativa si innesca facilmente una sindrome, il più delle volte, devastante ed invalidante (… Burn - out). Si tratta di una persona letteralmente“bruciataâ€, “fusaâ€, “scoppiataâ€. In realtà l’individuo ha esaurito tutte le sue energie e si trova nella stessa condizione di un atleta che, a seguito di eccessivi allenamenti, non riesce più a conseguire risultati agonistici apprezzabili. Questo concetto indica solitamente una risposta a una prolungata condizione di stress e, solitamente, accompagnata da una profonda insoddisfazione. Tutto ciò si manifesta facilmente quando, nonostante le energie profuse, i risultati sperati sembrano “sfuocatiâ€, allontanarsi o, ancora peggio, irraggiungibili. Tutto ciò (… eccessivo impegno ed eccessiva delusione) si trasforma in un inconfondibile disagio emotivo che può sfociare in più gravi e drammatici disturbi dell’umore. Sentimenti di irritabilità, apatia, demotivazione, accompagnati da profonda stanchezza, sono di solito i “segnali†principali di questa forma di “spegnimento†(… esaurimento) delle risorse personali. Gettarsi a capofitto nell’attività lavorativa e poi, in qualche, modo, estraniarsi volutamente dai contatti umani di tale ambiente; irritarsi ad ogni insignificante imprevisto, ma nello stesso tempo avere la convinzione di essere un indispensabile punto di riferimento o, meglio, un perno insostituibile in quel mondo lavorativo; diventare indifferenti, apatici e poco creativi, produttivi, ma contemporaneamente accusare gli altri di non essere per niente utili all’azienda(… proiettare sui colleghi il proprio malessere e la propria insoddisfazione), sono tutti segnali indiscutibili di un possibile Burn – out. Per evitare di cadere “vittime†di questa drammatica condizione psicofisica sarà indispensabile impegnarsi in maniera decisa e concreta nella propria attività, cercare di trarre da essa, il più possibile, profonde gratificazioni, ma evitare di rendere l’attività lavorativa il solo obiettivo della propria vita. Per raggiungere e mantenere il giusto equilibrio potranno essere di grande aiuto dei momenti di riflessione periodica rivolte a chiarire gli obiettivi che si vuole raggiungere, l’impegno e le energie che questi richiedono e, non meno importante, il coinvolgimento che comportano anche in termini affettivi. Avendo chiariti gli obiettivi si potrà comprendere se è stato dato uno spazio armonico ai vari aspetti della vita: lavorativa, sociale, famigliare e svago. Se un solo aspetto prevale si dovrà intervenire e distribuire in modo più armonico l’impegno personale. Se andiamo a “senso unico†(… la nostra esistenza procede su un unico binario) e in esso insorgono difficoltà, ostacoli gli effetti possono essere devastanti. Il fenomeno Burn – out può essere facilmente scongiurato quando nel mondo lavorativo esiste un buon affiatamento e validi rapporti interpersonali i responsabile del “team†dovranno, inoltre, esplicitare gratificazioni e, soprattutto, riconoscimenti individuali oltre a concedere una vera autonomia individuale. E’ utile infine che ogni individuo maturi motivazioni chiare e coinvolgenti. Simili ambienti lavorativi costituiscono una indubbia e collaudata “protezione†contro l’esplodere di crisi personali. Più in generale è possibile affermare che ogni rapporto improntato sull’autostima e la fiducia determina una significativa prevenzione contro manifestazioni di incomprensioni e di malessere tra i membri oppure può diventare un processo terapeutico quando la crisi interpersonale è gia in atto. E’ risaputo che un gruppo di lavoro affiatato e naturalmente ben motivato oltre ad essere più vivibile dal punto di vista delle risorse umane è solitamente più efficiente e produttivo. La qualità dei rapporti dipende solo in piccola parte dalle scelte personali, ma vi sono una serie di comportamenti individuali che ognuno può attivare e che aiutano a prevenire le conseguenze delle frustrazioni.
• Migliorare la propria preparazione culturale e professionale (… aggiornamento, lettura, partecipare a dibattiti, coltivare amicizie, ecc.). Più si aumentano le capacità nel proprio settore professionale, più sarà facile realizzare con disinvoltura le incombenze quotidiane e quindi rispondere in modo brillante alle emergenze senza stress.
• Imparare a perseguire gli obiettivi prefissati con impegno, valutando tutte le opportunità, considerando tutte le soluzioni possibili, risolvendo i problemi, prendendo decisioni e assumendosi le proprie responsabilità. La consapevolezza di aver fatto tutto il possibile renderà più rilassati e tranquilli di fronte a una eventuale delusione (… fallimento).
• Indispensabile l’atteggiamento assertivo, nel senso di far valere le proprie ragioni con serenità e diplomazia, ma anche con determinatezza e fermezza. Evitare quindi sia le sottomissioni servili sia l’aggressività inutile e senza sbocco. Il comportamento assertivo (… affermarsi con autorevolezza) aiuterà gli interlocutori a porsi in un atteggiamento di benevolo ascolto. Non si può sicuramente essere assertivi se non si ha fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Sentendosi realmente sicuri si riuscirà meglio ad affrontare e controllare l’ansia nei momenti in cui si devono affrontare rapporti carichi di tensione.
• Essere malleabili, disponibili ai cambiamenti, eventualmente alle nuove soluzioni, alle opinioni e argomentazioni degli altri quando ovviamente hanno un “contenuto intelligente†(… senza lasciarsi influenzare… utili però per riflettere e che permettono di prendere in esame e valutare altre possibilità). La rigidità mentale, oltre a precludere altre possibilità di “intervento†e quindi mantenere posizioni di chiusura verso gli altri e se stessi, non può che aumentare le occasioni di disagio.
Il corpo e la mente è un mondo unico ed indivisibile. Se lo stato d’animo è alto, aumenta la sicurezza e la fiducia in se stessi, ma anche a livello fisico si noterò una grande energia, ci si sentirà decisamente bene. Il malessere, la sofferenza biologica può avere ripercussioni devastanti sull’equilibrio emotivo. Mantenere pertanto uno stato di benessere psicofisico è una delle condizioni indispensabili per gestire lo stress in maniera positiva senza gravi danni e conseguenze debilitanti, e affrontare in modo positivo i più gravi disturbi legati all’umore. Non esistono ovviamente, soluzioni immediate o ricette magiche per raggiungere questa condizione di equilibrio, tuttavia avendo la possibilità di agire e di decidere possiamo scegliere varie strategie che ci permettono di uscire dal tunnel del malessere. Vediamole:
Obiettivi ed ideali. Per vivere con una certa serenità è necessario avere uno scopo nella vita. Chi non conosce i propri obiettivi e le proprie mete probabilmente disperde energie e si trova disorientato. Al contrario chi conosce perfettamente e ha ben chiaro il proprio cammino riesce a superare più facilmente le difficoltà incontrare durante il percorso. La chiarezza dell’obiettivo incrementa solitamente il coraggio necessario per fronteggiare quelle situazioni negative che non è possibile modificare e che incidono negativamente sul proprio benessere. Con una certa frequenza è di grande utilità fermarsi a riflettere se gli obiettivi verso cui ci si muove sono particolarmente chiari, realistici e adeguati alle aspirazioni personali. Il disorientamento che “spunta†dall’assenza di uno scopo può essere all’origine di una certa fragilità emotiva.
Creatività. Ci sono varie modalità per interpretare il proprio ruolo sociale. Alcuni si lasciano condizionare passivamente dalle circostanze altri, invece, cercano di ottenere sempre il meglio in ogni situazione. Un individuo creativo manifesta in ogni circostanza le qualità migliori, sicuro di trovare nelle situazioni sempre qualcosa di attraente, di utile, di curioso, qualcosa insomma per cui non sia stato inutile affrontare quella esperienza. La realizzazione personale non si raggiunge solo attraverso i risultati finali ma anche dal modo piacevole con cui si vivono (… vincono) le tappe intermedie.
Amicizia. Mantenere buone ed adeguate relazioni sociali, disporre cioè di amici creativi di cui si ha fiducia, è un’altra condizione per la salute emotiva. Naturalmente la qualità di tutti i rapporti sociali non dipende esclusivamente da come gli altri ci guardano, ma da come noi “valutiamo†i nostri interlocutori. Solo dimostrando di essere affidabili si ottiene fiducia; solo manifestando disponibilità verso gli altri è possibile farsi ascoltare. Un atteggiamento mentale di apertura nasce interiormente, dall’autostima, dalla fiducia in se stessi e, soprattutto, dall’accettazione dei propri limiti. E’ necessario individuare i propri punti di forza e cercare di sfruttarli al meglio per raggiungere un profondo e stabile benessere. Dobbiamo nel contempo individuare e capire i punti deboli non per restarne “ancoratiâ€, ma per farvi fronte e, in qualche modo, superarli con il minor sforzo psicofisico possibile. Comprendere se stessi è una delle condizioni indispensabili per comunicare spontaneamente con gli altri.
Soluzioni. Ci sono sicuramente vari modi di porsi di fronte alle situazioni problematiche. Quello più significativo è quello che induce ad impegnarsi subito a cercare soluzioni, anche se non definitive. Quando si incontra un ostacolo è inutile farsi bloccare dall’ira, dalla delusione e dal pessimismo. I problemi, tutto sommato, non sono altro che stimoli i quali sollecitano la psiche a reagire spingendola all’attività. E’ quindi molto più costruttivo porsi subito alla ricerca di “strade†alternative. In realtà, ogni volta che superiamo un problema si rafforza la fiducia in se stessi e cresce indubbiamente il benessere emotivo. Evitare i problemi ignorandoli, come alcune scuole di pensiero suggeriscono, significa semplicemente aggravarli. Prendere una posizione, una decisione consente di superare i disagi psicologici, i dubbi e le incertezze aprendo una fase nuova in cui investire le energie personali. Considerarsi individui che non abbandonano il campo conflittuale, ma guarda ad esso come una occasione (… per crescere, per conoscere) per dimostrare e verificare la propria capacità di trovare soluzioni è, sicuramente, una carta vincente nella vita.
Ritmo. Quando nel quotidiano domina la frenesia, la fretta e le cose da fare si accavallano in modo confuso, si “disperdono†molte energie psicofisiche con conseguenze debilitanti. E’ utile in questi casi dare ordine alle proprie giornate, facendo una graduatoria delle cose veramente importanti cui dedicarsi con impegno, abbandonando invece quelle inutili e dispersive, che possono essere delegate magari ad altri con maggiore tranquillità. La strana convinzione di voler fare a tutti i costi ogni cosa da soli porta facilmente a esaurire le risorse psicofisiche personali ed è, ovviamente, una porta aperta per il sovraffaticamento e il malessere emotivo.

 

La mente è tutto. Molto spesso non ci sentiamo dotati di un’immaginazione “creativaâ€, eppure l’immaginazione è talmente potente da controllare, paradossalmente, il nostro destino. Se siamo convinti di fallire in qualcosa, probabilmente si fallirà realmente (… si veda lo studente che pur sapendo, ma ha maturato, per mancanza di stima, la convinzione di non farcela non riuscirà in effetti a superare l’interrogazione). Se ci sentiamo brutti, si vivrà in un mondo che si organizza attorno alla nostra bruttezza. In tutti queste convinzioni (… casi) la realtà è decisamente irrilevante: il fattore determinante è quello che dice la propria immaginazione, in realtà è quello che si crede. Chi si sente incapace, affronterà la vita come se l’incapacità fosse un dato di fatto, e non solo una fantasia. Lavorerà senza fiducia (… senza motivazione) e inevitabilmente non ispirerà fiducia agli altri. Magari si darà da fare febbrilmente – modificando inutilmente la chimica e la fisica del suo corpo - per compensare la sua presunta (… pensata) incapacità, ma non ci riuscirà mai, perché sta lottando con qualcosa che esiste solo nella sua mente. Non può vincere. Si sfiancherà fino a sviluppare autentici sintomi psicofisici. Allora avrà la “conferma (… le prove) di essere condannato all’insuccesso. Noi siamo legati al nostro “destino†finché siamo legati ai valori che lo determinano. L’immaginazione può avere effetti molto dannosi su di noi e sulle nostre mete. Ma può avere anche effetti positivi. Essa può essere usata come forza creativa e costruttiva e, altrettanto, facilmente, come forza negativa. L’immaginazione può portare all’infelicità, alla malattia e al fallimento, ma può anche portare alla felicità, alla salute al successo. Con l’aiuto quindi dell’immaginazione si possono fare grandi cose. Chi è convinto di riuscire in qualcosa probabilmente ci riuscirà. Chi si sente bello, vive in un mondo che riflette la sua bellezza. Dovunque siamo, qualsiasi cosa si stia facendo, usiamo l’immaginazione in senso fiducioso … non costa nulla… i suoi effetti sull’autostima sono veramente miracolosi.

 

Dottor C.Bonipozzi

Mancanza di fiducia… scarsa stima

7 July 2008

Anche se la mancanza di fiducia può sembrare ovvia come ostacolo nella realizzazione dei vari obiettivi che la vita richiede, la maggior parte delle persone non se ne rende conto. Esse pensano che un aumento della stima che hanno di sé stesse sia una strada indiretta e lontana da un processo decisionale effettivo. Ma se sentirsi anche momentaneamente insicuri del nostro giudizio può interferire col processo decisionale, una mancanza cronica di fiducia in se stessi è assolutamente devastante. Una forte ambivalenza derivante da scarsa stima di sé è ben nota alle persone (… anche se si trovano tutte le giustificazioni razionali possibili); anzi un’incapacità paralizzante a prendere decisioni è spesso l’unica evidenza di cui essi hanno bisogno per sapere che hanno a che fare con un’ambivalenza più grave del comune. Anche se non tutti i casi di ambivalenza grave sono dovuti direttamente a scarsa stima di sé, esiste almeno un collegamento diretto. L’indecisione, specialmente se consiste nel saltare da una “scelta†all’altra, proviene dalla sensazione sottostante e generalmente inconsapevole (inconscia) che nessuna opzione scelta dalla persona affetta da questa difficoltà può essere valida, e che perciò bisogna cercarne un’altra. La persona in questione non si è sottratta, ma neppure può accettare le scelte che ha fatto. Una scarsa opinione di noi stessi ci fa sentire mediocri perché ci priva del successo e della fiducia in tutti i settori della vita. Purtroppo, rinunciare alle decisioni e compiere scelte basate su un’insufficiente stima di sé è la garanzia più sicura di una maggiore mancanza di autostima. D’altra parte, decisioni rischiose fondate su una valutazione realistica di sé la fanno aumentare quasi sempre. Tutte le volte in cui teniamo alto il nostro morale, tutte le volte in cui facciamo un esame realistico di noi stessi, mettiamo un freno al processo di demoralizzazione e di auto disapprovazione, e evitiamo, dove possibile, rapporti con persone e situazioni che ci umiliano, questo blocco si attenuerà e aiuteremo il processo decisionale. Infatti, credo che una valutazione realistica di sé sia così importante (… indispensabile) e utile ai fini dell’autostima. Inoltre, rischiare di prendere decisioni, soprattutto quelle che esprimono convinzioni profonde sui nostri valori e priorità personali, accresce sempre l’autostima, così come costruisce la consapevolezza dei nostri sentimenti e la possibilità di venire coinvolti emotivamente. Avere fiducia in se stessi fa una differenza enorme, non solo nel giungere a una scelta, ma anche nella realizzazione positiva della decisione. Senza di essa, la convinzione e l’impegno verso una decisione diventano impossibili. Dato che noi siamo le nostre decisioni, se non crediamo in noi stessi saremo disimpegnati nei loro confronti. Ma con l’aiuto della fiducia in se stessi, che nasce dalla stima di sé, diventa possibile conseguire risultati eccezionali (… anche se non illimitati). Se la stima di sé è scarsa e la fiducia in se stessi mediocre, per sciogliere questo blocco può essere necessario arrivare alle cause che sono all’origine. Tuttavia, la fiducia in se stessi spesso può essere rafforzata, non in modo superficiale ma autentico, quando riconosciamo coscientemente di avere più risorse di quanto possiamo renderci conto. Il guaio, infatti, è che troppe persone hanno perso il contatto con quello che costituisce “le risorse umane†o “le risorse personali†(… nel percorso evolutivo si possono incontrano persone che fanno sentire gli altri incapaci, inadeguati, se non stupidi, perché semplicemente non ci si vincola ai loro schemi, al loro modo di fare e di pensare). Molti semplicemente non hanno mai saputo che queste fossero risorse e le hanno date per scontate. Una sorta di inventario personale può essere utile in questo caso, anche per le persone che potrebbero trarre vantaggio da un supporto psicologico per scoprire la causa della scarsa stima di sé. Quello che segue è un breve elenco di risorse personali. Esse non sono superficiali o banali. Nessuno di noi possiede tutti questi vantaggi. Ma quelli che abbiamo sono preziosi. Si tratta di risorse autentiche (… uniche) che sono fonte di forza. In quanto tali, non dovrebbero in nessun modo essere minimizzate. Al contrario, un elenco personale costituisce un’arma efficace contro uno dei blocchi al potere decisionale che più incute timore, e fornisce uno strumento solido e realistico per accrescere la stima di se stessi, nel presente e nel futuro. Alcune principali risorse personali: godere di buona salute fisica, forza e vitalità – avere avuto dei genitori responsabili che si sono occupati dei figli – provenire da una famiglia vitale e capace di provare sentimenti di gioia – un ambiente familiare che ha consentito la libera espressione delle emozioni - avere una buona identità sessuale – avere sensazioni sessuali – funzionare sul piano della produttività – avere un senso dell’ umorismo – avere buone doti intellettuali – immaginazione e creatività - parlare con proprietà e chiarezza – fermezza e flessibilità – buona capacità di giudizio – capacità di avere nuovi interessi – capacità di coinvolgimento verso persone, attività e cause sociali – apprezzare gli altri – avere scambi sessuali ed emotivi – essere in grado di affrontare le frustrazioni – tolleranza all’ansia – la capacità di stare da soli – desideri ed ambizioni – essere in grado di distinguere la realtà dalla fantasia.

Dottor C.Bonipozzi