Frustrazione significa delusione o disappunto per il mancato appagamento di un desiderio coltivato, purtroppo, invano. Sono decisamente frustranti gli ostacoli esterni (… ambiente) o interni (… atteggiamenti, convinzioni, modi di pensare, ecc.) che impediscono, in qualche modo, l’appagamento delle tensioni personali verso obiettivi coinvolgenti. Ogni giorno siamo colpiti, più o meno violentemente, da frustrazioni e queste particolari delusioni ci costringono indubbiamente a crescere, ad aprirci verso nuove conoscenze, a cambiare “rotta” ai nostri progetti, a orientarci verso nuove mete che fino a quel momento non erano prese in considerazione e per niente ipotizzate. A volte le frustrazioni dipendono dal fatto che un obiettivo fissato diventa irraggiungibile; altre volte la meta verso cui ci spingiamo sembra allontanarsi nel tempo ed è meno facile poterla conquistare; e, ancora, si viene accusati o attaccati fino a mettere in grande difficoltà una delle abilità personali indispensabili per raggiungere l’obiettivo; molto spesso, infine, la frustrazione nasce non da fattori esterni, ma interni all’individuo. Si determina cioè un conflitto tra il desiderio di affermarsi, di essere “aggressivi” verso la realtà circostante e la tendenza ad adattarsi passivamente alla situazione per evitare problemi e difficoltà. Al di là dell’origine, comunque, quando supera determinati valori la frustrazione determina uno stato di malessere fisico ed emotivo. Le energie predisposte per raggiungere la meta prefissata non possono essere infatti utilizzate per il loro scopo originario e quindi finiscono per scaricarsi sull’individuo, diventando pericolosi aggressori dell’equilibrio psicofisico (… agendo ovviamente anche sul sistema immunitario). I conflitti che creano frustrazione nascono molto spesso nell’ambiente lavorativo, quando ad esempio esistono posizioni contrastanti a livello gerarchico tra membri del gruppo o tra colleghi. Il modo di reagire alle frustrazioni dipende dalla personalità dell’individuo, dai condizionamenti dell’ambiente, dai rapporti interpersonali esistenti, dalla storia culturale della persona o dal tipo di obiettivo che si stava perseguendo. La reazione alla frustrazione può essere irrazionale o, magari, decisamente sproporzionata, altre volte invece risulta equilibrata, creativa e costruttiva. La capacità di reagire in modo positivo a questo disagio è considerata di solito una qualità indispensabile per mantenere un adeguato equilibrio emotivo. La reazione può essere aggressiva e indirizzata verso l’oggetto (… la persona) che ha causato l’ostacolo che si frappone all’appagamento del proprio desiderio. Ma vi è anche l’aggressività autodistruttiva, quella cioè che l’individuo rivolge contro se stesso, perché si considera la causa del fallimento (… si veda ad esempio lo stato depressivo). A volte il soggetto assume nei confronti dell’aggressore che ha ostacolato la realizzazione della soddisfazione un atteggiamento premuroso e zelante, come se temesse il ripetersi di simili situazioni o aspettasse il momento per vendicarsi (… rimuginare). In altri casi ancora le ripetute frustrazioni sono all’origine di atteggiamenti maniacali, quali la ricerca esasperata dell’ordine o la pignoleria, oppure di reazioni infantili quali l’eccesso di paura o di temerarietà. Imparare a rispondere in modo “adeguato” alle frustrazioni con cui quotidianamente tutti dobbiamo inevitabilmente fare i conti., è non solo un segno ovviamente di maturità, ma anche una condizione necessaria per la propria salute psicofisica. Ecco alcuni suggerimenti utile per fronteggiarlo e contenere i danni.
• E’ utile, se non indispensabile, cercare strade alternative per raggiungere obiettivi che possano compensare la delusione subita.
• Imparare ad affrontare l’ostacolo esaminando attentamente esperienze analoghe o ricorrendo all’aiuto di un amico, di un familiare, di un esperto (… senza vincolarsi a schemi o modalità di pensiero che non sono propri).
• Sostituire l’obiettivo irraggiungibile, dopo attente valutazioni e riflessioni, con un altro ritenuto più fattibile e realizzabile. Le energie disponibili in vista della prima meta possono così essere utilizzate in modo più creativo e realistico per ottenere risultati utili.
Quando le ripetute frustrazioni si sommano a ritmi eccessivi nell’attività lavorativa si innesca facilmente una sindrome, il più delle volte, devastante ed invalidante (… Burn - out). Si tratta di una persona letteralmente“bruciata”, “fusa”, “scoppiata”. In realtà l’individuo ha esaurito tutte le sue energie e si trova nella stessa condizione di un atleta che, a seguito di eccessivi allenamenti, non riesce più a conseguire risultati agonistici apprezzabili. Questo concetto indica solitamente una risposta a una prolungata condizione di stress e, solitamente, accompagnata da una profonda insoddisfazione. Tutto ciò si manifesta facilmente quando, nonostante le energie profuse, i risultati sperati sembrano “sfuocati”, allontanarsi o, ancora peggio, irraggiungibili. Tutto ciò (… eccessivo impegno ed eccessiva delusione) si trasforma in un inconfondibile disagio emotivo che può sfociare in più gravi e drammatici disturbi dell’umore. Sentimenti di irritabilità, apatia, demotivazione, accompagnati da profonda stanchezza, sono di solito i “segnali” principali di questa forma di “spegnimento” (… esaurimento) delle risorse personali. Gettarsi a capofitto nell’attività lavorativa e poi, in qualche, modo, estraniarsi volutamente dai contatti umani di tale ambiente; irritarsi ad ogni insignificante imprevisto, ma nello stesso tempo avere la convinzione di essere un indispensabile punto di riferimento o, meglio, un perno insostituibile in quel mondo lavorativo; diventare indifferenti, apatici e poco creativi, produttivi, ma contemporaneamente accusare gli altri di non essere per niente utili all’azienda(… proiettare sui colleghi il proprio malessere e la propria insoddisfazione), sono tutti segnali indiscutibili di un possibile Burn – out. Per evitare di cadere “vittime” di questa drammatica condizione psicofisica sarà indispensabile impegnarsi in maniera decisa e concreta nella propria attività, cercare di trarre da essa, il più possibile, profonde gratificazioni, ma evitare di rendere l’attività lavorativa il solo obiettivo della propria vita. Per raggiungere e mantenere il giusto equilibrio potranno essere di grande aiuto dei momenti di riflessione periodica rivolte a chiarire gli obiettivi che si vuole raggiungere, l’impegno e le energie che questi richiedono e, non meno importante, il coinvolgimento che comportano anche in termini affettivi. Avendo chiariti gli obiettivi si potrà comprendere se è stato dato uno spazio armonico ai vari aspetti della vita: lavorativa, sociale, famigliare e svago. Se un solo aspetto prevale si dovrà intervenire e distribuire in modo più armonico l’impegno personale. Se andiamo a “senso unico” (… la nostra esistenza procede su un unico binario) e in esso insorgono difficoltà, ostacoli gli effetti possono essere devastanti. Il fenomeno Burn – out può essere facilmente scongiurato quando nel mondo lavorativo esiste un buon affiatamento e validi rapporti interpersonali i responsabile del “team” dovranno, inoltre, esplicitare gratificazioni e, soprattutto, riconoscimenti individuali oltre a concedere una vera autonomia individuale. E’ utile infine che ogni individuo maturi motivazioni chiare e coinvolgenti. Simili ambienti lavorativi costituiscono una indubbia e collaudata “protezione” contro l’esplodere di crisi personali. Più in generale è possibile affermare che ogni rapporto improntato sull’autostima e la fiducia determina una significativa prevenzione contro manifestazioni di incomprensioni e di malessere tra i membri oppure può diventare un processo terapeutico quando la crisi interpersonale è gia in atto. E’ risaputo che un gruppo di lavoro affiatato e naturalmente ben motivato oltre ad essere più vivibile dal punto di vista delle risorse umane è solitamente più efficiente e produttivo. La qualità dei rapporti dipende solo in piccola parte dalle scelte personali, ma vi sono una serie di comportamenti individuali che ognuno può attivare e che aiutano a prevenire le conseguenze delle frustrazioni.
• Migliorare la propria preparazione culturale e professionale (… aggiornamento, lettura, partecipare a dibattiti, coltivare amicizie, ecc.). Più si aumentano le capacità nel proprio settore professionale, più sarà facile realizzare con disinvoltura le incombenze quotidiane e quindi rispondere in modo brillante alle emergenze senza stress.
• Imparare a perseguire gli obiettivi prefissati con impegno, valutando tutte le opportunità, considerando tutte le soluzioni possibili, risolvendo i problemi, prendendo decisioni e assumendosi le proprie responsabilità. La consapevolezza di aver fatto tutto il possibile renderà più rilassati e tranquilli di fronte a una eventuale delusione (… fallimento).
• Indispensabile l’atteggiamento assertivo, nel senso di far valere le proprie ragioni con serenità e diplomazia, ma anche con determinatezza e fermezza. Evitare quindi sia le sottomissioni servili sia l’aggressività inutile e senza sbocco. Il comportamento assertivo (… affermarsi con autorevolezza) aiuterà gli interlocutori a porsi in un atteggiamento di benevolo ascolto. Non si può sicuramente essere assertivi se non si ha fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Sentendosi realmente sicuri si riuscirà meglio ad affrontare e controllare l’ansia nei momenti in cui si devono affrontare rapporti carichi di tensione.
• Essere malleabili, disponibili ai cambiamenti, eventualmente alle nuove soluzioni, alle opinioni e argomentazioni degli altri quando ovviamente hanno un “contenuto intelligente” (… senza lasciarsi influenzare… utili però per riflettere e che permettono di prendere in esame e valutare altre possibilità). La rigidità mentale, oltre a precludere altre possibilità di “intervento” e quindi mantenere posizioni di chiusura verso gli altri e se stessi, non può che aumentare le occasioni di disagio.
Il corpo e la mente è un mondo unico ed indivisibile. Se lo stato d’animo è alto, aumenta la sicurezza e la fiducia in se stessi, ma anche a livello fisico si noterò una grande energia, ci si sentirà decisamente bene. Il malessere, la sofferenza biologica può avere ripercussioni devastanti sull’equilibrio emotivo. Mantenere pertanto uno stato di benessere psicofisico è una delle condizioni indispensabili per gestire lo stress in maniera positiva senza gravi danni e conseguenze debilitanti, e affrontare in modo positivo i più gravi disturbi legati all’umore. Non esistono ovviamente, soluzioni immediate o ricette magiche per raggiungere questa condizione di equilibrio, tuttavia avendo la possibilità di agire e di decidere possiamo scegliere varie strategie che ci permettono di uscire dal tunnel del malessere. Vediamole:
Obiettivi ed ideali. Per vivere con una certa serenità è necessario avere uno scopo nella vita. Chi non conosce i propri obiettivi e le proprie mete probabilmente disperde energie e si trova disorientato. Al contrario chi conosce perfettamente e ha ben chiaro il proprio cammino riesce a superare più facilmente le difficoltà incontrare durante il percorso. La chiarezza dell’obiettivo incrementa solitamente il coraggio necessario per fronteggiare quelle situazioni negative che non è possibile modificare e che incidono negativamente sul proprio benessere. Con una certa frequenza è di grande utilità fermarsi a riflettere se gli obiettivi verso cui ci si muove sono particolarmente chiari, realistici e adeguati alle aspirazioni personali. Il disorientamento che “spunta” dall’assenza di uno scopo può essere all’origine di una certa fragilità emotiva.
Creatività. Ci sono varie modalità per interpretare il proprio ruolo sociale. Alcuni si lasciano condizionare passivamente dalle circostanze altri, invece, cercano di ottenere sempre il meglio in ogni situazione. Un individuo creativo manifesta in ogni circostanza le qualità migliori, sicuro di trovare nelle situazioni sempre qualcosa di attraente, di utile, di curioso, qualcosa insomma per cui non sia stato inutile affrontare quella esperienza. La realizzazione personale non si raggiunge solo attraverso i risultati finali ma anche dal modo piacevole con cui si vivono (… vincono) le tappe intermedie.
Amicizia. Mantenere buone ed adeguate relazioni sociali, disporre cioè di amici creativi di cui si ha fiducia, è un’altra condizione per la salute emotiva. Naturalmente la qualità di tutti i rapporti sociali non dipende esclusivamente da come gli altri ci guardano, ma da come noi “valutiamo” i nostri interlocutori. Solo dimostrando di essere affidabili si ottiene fiducia; solo manifestando disponibilità verso gli altri è possibile farsi ascoltare. Un atteggiamento mentale di apertura nasce interiormente, dall’autostima, dalla fiducia in se stessi e, soprattutto, dall’accettazione dei propri limiti. E’ necessario individuare i propri punti di forza e cercare di sfruttarli al meglio per raggiungere un profondo e stabile benessere. Dobbiamo nel contempo individuare e capire i punti deboli non per restarne “ancorati”, ma per farvi fronte e, in qualche modo, superarli con il minor sforzo psicofisico possibile. Comprendere se stessi è una delle condizioni indispensabili per comunicare spontaneamente con gli altri.
Soluzioni. Ci sono sicuramente vari modi di porsi di fronte alle situazioni problematiche. Quello più significativo è quello che induce ad impegnarsi subito a cercare soluzioni, anche se non definitive. Quando si incontra un ostacolo è inutile farsi bloccare dall’ira, dalla delusione e dal pessimismo. I problemi, tutto sommato, non sono altro che stimoli i quali sollecitano la psiche a reagire spingendola all’attività. E’ quindi molto più costruttivo porsi subito alla ricerca di “strade” alternative. In realtà, ogni volta che superiamo un problema si rafforza la fiducia in se stessi e cresce indubbiamente il benessere emotivo. Evitare i problemi ignorandoli, come alcune scuole di pensiero suggeriscono, significa semplicemente aggravarli. Prendere una posizione, una decisione consente di superare i disagi psicologici, i dubbi e le incertezze aprendo una fase nuova in cui investire le energie personali. Considerarsi individui che non abbandonano il campo conflittuale, ma guarda ad esso come una occasione (… per crescere, per conoscere) per dimostrare e verificare la propria capacità di trovare soluzioni è, sicuramente, una carta vincente nella vita.
Ritmo. Quando nel quotidiano domina la frenesia, la fretta e le cose da fare si accavallano in modo confuso, si “disperdono” molte energie psicofisiche con conseguenze debilitanti. E’ utile in questi casi dare ordine alle proprie giornate, facendo una graduatoria delle cose veramente importanti cui dedicarsi con impegno, abbandonando invece quelle inutili e dispersive, che possono essere delegate magari ad altri con maggiore tranquillità. La strana convinzione di voler fare a tutti i costi ogni cosa da soli porta facilmente a esaurire le risorse psicofisiche personali ed è, ovviamente, una porta aperta per il sovraffaticamento e il malessere emotivo.
La mente è tutto. Molto spesso non ci sentiamo dotati di un’immaginazione “creativa”, eppure l’immaginazione è talmente potente da controllare, paradossalmente, il nostro destino. Se siamo convinti di fallire in qualcosa, probabilmente si fallirà realmente (… si veda lo studente che pur sapendo, ma ha maturato, per mancanza di stima, la convinzione di non farcela non riuscirà in effetti a superare l’interrogazione). Se ci sentiamo brutti, si vivrà in un mondo che si organizza attorno alla nostra bruttezza. In tutti queste convinzioni (… casi) la realtà è decisamente irrilevante: il fattore determinante è quello che dice la propria immaginazione, in realtà è quello che si crede. Chi si sente incapace, affronterà la vita come se l’incapacità fosse un dato di fatto, e non solo una fantasia. Lavorerà senza fiducia (… senza motivazione) e inevitabilmente non ispirerà fiducia agli altri. Magari si darà da fare febbrilmente – modificando inutilmente la chimica e la fisica del suo corpo - per compensare la sua presunta (… pensata) incapacità, ma non ci riuscirà mai, perché sta lottando con qualcosa che esiste solo nella sua mente. Non può vincere. Si sfiancherà fino a sviluppare autentici sintomi psicofisici. Allora avrà la “conferma (… le prove) di essere condannato all’insuccesso. Noi siamo legati al nostro “destino” finché siamo legati ai valori che lo determinano. L’immaginazione può avere effetti molto dannosi su di noi e sulle nostre mete. Ma può avere anche effetti positivi. Essa può essere usata come forza creativa e costruttiva e, altrettanto, facilmente, come forza negativa. L’immaginazione può portare all’infelicità, alla malattia e al fallimento, ma può anche portare alla felicità, alla salute al successo. Con l’aiuto quindi dell’immaginazione si possono fare grandi cose. Chi è convinto di riuscire in qualcosa probabilmente ci riuscirà. Chi si sente bello, vive in un mondo che riflette la sua bellezza. Dovunque siamo, qualsiasi cosa si stia facendo, usiamo l’immaginazione in senso fiducioso … non costa nulla… i suoi effetti sull’autostima sono veramente miracolosi.
Dottor C.Bonipozzi
Anche se la mancanza di fiducia può sembrare ovvia come ostacolo nella realizzazione dei vari obiettivi che la vita richiede, la maggior parte delle persone non se ne rende conto. Esse pensano che un aumento della stima che hanno di sé stesse sia una strada indiretta e lontana da un processo decisionale effettivo. Ma se sentirsi anche momentaneamente insicuri del nostro giudizio può interferire col processo decisionale, una mancanza cronica di fiducia in se stessi è assolutamente devastante. Una forte ambivalenza derivante da scarsa stima di sé è ben nota alle persone (… anche se si trovano tutte le giustificazioni razionali possibili); anzi un’incapacità paralizzante a prendere decisioni è spesso l’unica evidenza di cui essi hanno bisogno per sapere che hanno a che fare con un’ambivalenza più grave del comune. Anche se non tutti i casi di ambivalenza grave sono dovuti direttamente a scarsa stima di sé, esiste almeno un collegamento diretto. L’indecisione, specialmente se consiste nel saltare da una “scelta” all’altra, proviene dalla sensazione sottostante e generalmente inconsapevole (inconscia) che nessuna opzione scelta dalla persona affetta da questa difficoltà può essere valida, e che perciò bisogna cercarne un’altra. La persona in questione non si è sottratta, ma neppure può accettare le scelte che ha fatto. Una scarsa opinione di noi stessi ci fa sentire mediocri perché ci priva del successo e della fiducia in tutti i settori della vita. Purtroppo, rinunciare alle decisioni e compiere scelte basate su un’insufficiente stima di sé è la garanzia più sicura di una maggiore mancanza di autostima. D’altra parte, decisioni rischiose fondate su una valutazione realistica di sé la fanno aumentare quasi sempre. Tutte le volte in cui teniamo alto il nostro morale, tutte le volte in cui facciamo un esame realistico di noi stessi, mettiamo un freno al processo di demoralizzazione e di auto disapprovazione, e evitiamo, dove possibile, rapporti con persone e situazioni che ci umiliano, questo blocco si attenuerà e aiuteremo il processo decisionale. Infatti, credo che una valutazione realistica di sé sia così importante (… indispensabile) e utile ai fini dell’autostima. Inoltre, rischiare di prendere decisioni, soprattutto quelle che esprimono convinzioni profonde sui nostri valori e priorità personali, accresce sempre l’autostima, così come costruisce la consapevolezza dei nostri sentimenti e la possibilità di venire coinvolti emotivamente. Avere fiducia in se stessi fa una differenza enorme, non solo nel giungere a una scelta, ma anche nella realizzazione positiva della decisione. Senza di essa, la convinzione e l’impegno verso una decisione diventano impossibili. Dato che noi siamo le nostre decisioni, se non crediamo in noi stessi saremo disimpegnati nei loro confronti. Ma con l’aiuto della fiducia in se stessi, che nasce dalla stima di sé, diventa possibile conseguire risultati eccezionali (… anche se non illimitati). Se la stima di sé è scarsa e la fiducia in se stessi mediocre, per sciogliere questo blocco può essere necessario arrivare alle cause che sono all’origine. Tuttavia, la fiducia in se stessi spesso può essere rafforzata, non in modo superficiale ma autentico, quando riconosciamo coscientemente di avere più risorse di quanto possiamo renderci conto. Il guaio, infatti, è che troppe persone hanno perso il contatto con quello che costituisce “le risorse umane” o “le risorse personali” (… nel percorso evolutivo si possono incontrano persone che fanno sentire gli altri incapaci, inadeguati, se non stupidi, perché semplicemente non ci si vincola ai loro schemi, al loro modo di fare e di pensare). Molti semplicemente non hanno mai saputo che queste fossero risorse e le hanno date per scontate. Una sorta di inventario personale può essere utile in questo caso, anche per le persone che potrebbero trarre vantaggio da un supporto psicologico per scoprire la causa della scarsa stima di sé. Quello che segue è un breve elenco di risorse personali. Esse non sono superficiali o banali. Nessuno di noi possiede tutti questi vantaggi. Ma quelli che abbiamo sono preziosi. Si tratta di risorse autentiche (… uniche) che sono fonte di forza. In quanto tali, non dovrebbero in nessun modo essere minimizzate. Al contrario, un elenco personale costituisce un’arma efficace contro uno dei blocchi al potere decisionale che più incute timore, e fornisce uno strumento solido e realistico per accrescere la stima di se stessi, nel presente e nel futuro. Alcune principali risorse personali: godere di buona salute fisica, forza e vitalità – avere avuto dei genitori responsabili che si sono occupati dei figli – provenire da una famiglia vitale e capace di provare sentimenti di gioia – un ambiente familiare che ha consentito la libera espressione delle emozioni - avere una buona identità sessuale – avere sensazioni sessuali – funzionare sul piano della produttività – avere un senso dell’ umorismo – avere buone doti intellettuali – immaginazione e creatività - parlare con proprietà e chiarezza – fermezza e flessibilità – buona capacità di giudizio – capacità di avere nuovi interessi – capacità di coinvolgimento verso persone, attività e cause sociali – apprezzare gli altri – avere scambi sessuali ed emotivi – essere in grado di affrontare le frustrazioni – tolleranza all’ansia – la capacità di stare da soli – desideri ed ambizioni – essere in grado di distinguere la realtà dalla fantasia.
Dottor C.Bonipozzi
corriere.it
NEW YORK—«Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter ». Sull’ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa, Nicholas Carr—ex direttore della Harvard Business Review—confessa di temere che la civiltà del «web» stia condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali. Incide sul modo di leggere, di selezionare, di memorizzare. Ma, soprattutto, demolisce la capacità di concentrazione.
Carr deve aver toccato un nervo scoperto perché l’articolo— complice la scelta di farne il servizio di copertina con un titolo scioccante («Is Google making us Stoopid?», «Google ci rende stupidi? ») — ha raccolto molti consensi: «È vero, immersi come siamo nel “multitasking mentale” appena ci sediamo per leggere un documento di qualche pagina o un libro, ci sentiamo a disagio dopo pochi paragrafi. Voltiamo pagina e siamo già pronti per un link», concorda l’intellettuale britannico Andrew Sullivan, un conservatore libertario, anch’egli collaboratore dell’Atlantic. E sui giornali del gruppo Tribune, il premio Pulitzer Leonard Pitts esulta: «Leggo l’Atlantic e scopro di non essere il solo che sta perdendo l’abitudine alla lettura. Ormai riesco a digerire la scrittura solo a piccoli blocchi. Datemi un testo di più pagine e vengo subito assalito dal desiderio incontenibile di controllare la mia posta elettronica. È tutto così dispersivo. Eppure vedo meno tv e sono meno indaffarato di dieci anni fa. Giorni fa mi hanno dato da recensire un libro. Avevo pochissimo tempo per leggerlo. È stata una fatica tremenda. Mi sono imposto di restare per ore su una sedia scomodissima. Ce l’ho fatta, ma alla fine avevo una sensazione di vuoto, di colpa per essermi allontanato per tanto tempo dal mondo».
Carr non è certo un luddista, un nemico del progresso e della tecnologia. È un esperto di comunicazione che scrive libri sulla nuova civiltà digitale (l’ultimo, «The Big Switch: Rewiring the World» è uscito in America pochi mesi fa) ma è anche un attivissimo «blogger». Consapevole di attaccare un totem, Carr ha scelto i toni della riflessione a voce alta. Ha raccontato i suoi dubbi, i colloqui con persone che vivono i suoi stessi disagi. E ha messo le mani avanti: «Sono sensazioni, non pretendo di illustrare una verità scientifica. Del resto anche nel XV secolo Gutenberg fu messo sotto accusa da chi riteneva che la stampa avrebbe avuto un impatto disastroso sulla struttura sociale. Quindi farete bene ad essere scettici del mio scetticismo». Ma la sensazione che la civiltà di Internet stia portando con sé—sul piano culturale— effetti collaterali indesiderati e difficili da monitorare, è sempre più diffusa. Carr non è certo il primo a occuparsene: Google è da tempo sotto tiro per la sua pretesa di organizzare «tutta la conoscenza del mondo» e per la potenza di un motore di ricerca che riesce a memorizzare tutte le risposte date nei dieci anni della sua esistenza.
Il gigante californiano della rete promette che userà questi dati solo per migliorare il servizio reso agli utenti, ma ormai è lui, non più Microsoft, il «grande fratello » dell’immaginario collettivo. Potesse tornare indietro, il cofondatore della società, Sergey Brin, forse eviterebbe battute infelici come quella su un futuro nel quale la gente andrà in giro con un microchip di Google impiantato nel cervello. Del resto i problemi che nascono dalla gestione dell’enorme flusso di informazioni che circolano in rete sta diventando un problema anche per le aziende che sono le assolute protagoniste di Internet. Giorni fa il New York Times raccontava gli incubi di Microsoft, Google, Intel e Ibm alle prese con la bestia che si sono cresciuti in casa: l’enorme flusso di e-mail che riduce la produttività dei dipendenti. La riflessione di Carr sull’alterazione di meccanismi della nostra mente è meno «aneddotica» di quello che può apparire. Carr azzarda un parallelo tra l’impatto del «taylorismo», che un secolo fa parcellizzò i processi industriali rendendoli più rapidi, e quanto accade oggi nel mondo digitale dominato da Google. E, comunque, dietro le sue ipotesi ci sono studi «quantitativi» seri come quello dello University College di Londra, mentre qualche mese fa anche la neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, direttrice del centro per la lettura e il linguaggio della Tufts University di Boston, aveva lanciato un allarme analogo nel saggio «Reading Brain».
corriere.it
Un lavoro, un esame, persino nozze. Cresce il popolo di chi fa della proroga la prima regola di comportamento
MILANO—Quelli che rimandano. L’appuntamento dal commercialista, la visita dal dentista, l’inizio della dieta, la data del matrimonio, la consegna della relazione, la prenotazione delle vacanze, la telefonata alla mamma. I procrastinatori cronici: cresciuti al motto «non far domani ciò che potresti fare dopodomani» (Mark Twain), coccolati da servizi su Internet che ne neutralizzano le capacità propulsive (eBay è il paradiso), ormai soccorsi dai manuali di sopravvivenza (tra i più letti, Getting things done, di David Allen, tradotto in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo Detto, fatto!).
Sono il 20% della popolazione mondiale, anche se il 95% di noi tende a rinviare i propri compiti almeno qualche volta. A loro la rivista online Slate ha dedicato uno speciale dal titolo eloquente: «Procrastination». Raccontando la fenomenologia di un’abitudine stigmatizzata pure da Cicerone in una delle sue Filippiche contro Marco Antonio: «In rebus gerendis tarditas et procrastinatio odiosa est», quando si fa qualcosa è odioso tardare e rinviare. Beatrice Bauer, docente di comportamento organizzativo alla Bocconi di Milano, lo liquida in fretta: «Rimandare è una forma di maleducazione molto tollerata in Italia e che rischia di avere costi notevoli. Banalmente, quando uno rimanda il momento di prenotare un volo aereo, finisce con il trovare le tariffe più alte».
La psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris, invece, tira in ballo «la paura del nuovo, del cambiamento, di perdere qualcosa. O, in certi casi, l’aspettativa che qualcun altro risolva il problema al proprio posto». Ma il sociologo Domenico De Masi rilancia citando la Sindrome di Galois: «Évariste Galois era un matematico prodigio vissuto nella prima metà dell’ 800, già a 16 anni aveva concepito sette teoremi matematici. Si decise a scriverli soltanto la notte prima del duello nel quale morì, ventenne». De Masi è certo: «Nella sindrome di Galois c’è tutto l’atteggiamento creativo: l’arte di procrastinare fino all’ultimo per poi costringere il nostro cervello a un tour de force finale».
Un po’ come fa sempre Enrico Cremonesi, la «colonna sonora » di Fiorello. Racconta: «Quando mi hanno chiesto di fare le musiche per le Paralimpiadi di Torino, nel 2006, il pezzo di apertura l’ho scritto la notte stessa e l’ho mixato allo stadio poco prima che la cerimonia cominciasse. La creatività non è una cosa disciplinabile e io mi sono accorto che rimandare tutto all’ultimo mi procura eccitazione e mi fa venire le idee più in fretta». Perder tempo ha il suo business. Basti pensare a tutti i caffè alla macchinetta o alle sigarette nella saletta fumatori che tengono occupate le pause di un procrastinatore convinto. Più in generale, adesso si è aperto un mercato di programmi, saggi, manuali dedicati a chi non riesce a organizzare il suo tempo. Una delle regole che David Allen insegna nel suo bestseller è quella dei «2 minuti»: «Se fare una cosa ti richiede due minuti, tu falla e basta: due minuti è il tempo che ti servirebbe per rimandarla». Il sito www.procrastinus.com addirittura misura la propensione a procrastinare. Il test richiede 20-25 minuti. Da fare «dopo», evidentemente.
Elvira Serra
17 maggio 2008
gazzetta.it
“Sono partito da una spiaggia sperduta della Calabria e sono arrivato due volte in cima al mondo”. Parole di uno che ce l’ha fatta e che non è ancora sazio: “Proprio io, Rino, quello che scappava da scuola, quello che a 12 anni andava a vendere il pesce in piazza per comprare il Super Tele ed essere felice…”. Dai tempi duri nel grigiore della Scozia con i Rangers ai trionfi del Milan di Berlusconi e della Nazionale campione del mondo di Marcello Lippi, Gennaro Gattuso si racconta partendo da 12 comandamenti, regole di vita e comportamento, tra il serio e il faceto, tradotte in uno stretto dialetto calabrese. Una vita da mediano senza mai tirarsi indietro soprattutto nelle sfide più difficili con l’umiltà e la dedizione. ‘Il Codice Gattuso sembra rivolgersi a quei giovani (”A tutti quelli che si rivedono in me, perchè io sono uno di loro”, recita la dedica del libro) che sognano di realizzare i loro obiettivi e alla fine, grazie più alla forza di volontà e all’impegno vero piuttosto che a virtù e qualità innate, riescono ad arrivare fino in fondo. E nella prima delle 12 regole di Gennaro Ivan c’è tutta la filosofia di Ringhio, come lo chiamano con affetto i tifosi della curva rossonera: “L’allenamento nun se sarta, nemmen se c’è un terremot” (l’allenamento non si salta nemmeno se c’è un terremoto).UNA VITA DA MEDIANO - “Oggi posso dire di essere due volte campione del mondo - racconta il giocatore rossonero nato a Corigliano Calabro 30 anni fa -, prima con l’Italia e poi con il Milan, le squadre per cui faccio il tifo. La vita è proprio strana: non sai mai quali sorprese ti può riservare. E a volte, come è capitato a me, anche i sogni più assurdi si possono realizzare: lavorando, sudando, imprecando se necessario. Se non hai un sogno, una meta, un obiettivo, sei fregato, cornuto e mazziato. Ma se invece ti poni uno scopo, da conquistare con l’anima e le unghie, allora tutto diventa più bello. E se hai la bravura, o la fortuna, di raggiungerlo, la soddisfazione è impagabile. Anche se poi è necessario porsi immediatamente un altro traguardo. Chi si ferma è perduto. A maggior ragione se uno nella vita ha scritto “mediano” sotto la voce “professione” della carta d’identità. Non sono ammesse pause nel mio ruolo, perchè appena pensi di aver scalato la montagna c’è subito un altro ostacolo, un altro intoppo. E allora via, pedalare. Anche quando la salita sembra impossibile”. Da Mastro Totonno a Carlo Ancelotti in campo con la grinta di sempre. Gattuso nella prima parte del libro ricorda con affetto il suo primo allenatore. “Mastro Totonno non era quello che si dice un genio della tattica. Anzi per essere onesti, pur con tutto il bene che gli voglio, di calcio ne capiva proprio poco. Però gli devo riconoscere un merito indiscutibile nella mia formazione sportiva: mi ha insegnato che nel calcio, come nella vita, la soluzione giusta è quasi sempre la più semplice. E, a tutt’oggi, credo che quello sia stato il consiglio più importante che abbia ricevuto”.
Il Codice Gattuso-Le dodici regole di Gennaro Ivan Gattuso. Rizzoli. Pagine 135, € 15,00