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	<title>SpinoWeBlog</title>
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	<description>Ninuzzu</description>
	<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 07:02:56 +0000</pubDate>
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		<title>Lettera A G. by Ligabue</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 07:02:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Se ti scrivo solo adesso un motivo ci sarà
non è mica san Lorenzo
non ci sono stelle matte
su &#8217;sta piccola città
non ci sono desideri da non dire come tempo fa
il destino ha la sua puntualità
hai lottato come un uomo con la brutta compagnia
che non eri mica stanco
che nessuno mai è pronto quando c&#8217;è da andare via
hai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>Se ti scrivo solo adesso un motivo ci sarà<br />
non è mica san Lorenzo<br />
non ci sono stelle matte<br />
su &#8217;sta piccola città<br />
non ci sono desideri da non dire come tempo fa<br />
il destino ha la sua puntualità<br />
hai lottato come un uomo con la brutta compagnia<br />
che non eri mica stanco<br />
che nessuno mai è pronto quando c&#8217;è da andare via<br />
hai pregato bestemmiando per la rabbia per tutta l&#8217;agonia<br />
per le scelte che stava facendo dio<br />
non ci sono più i petardi<br />
e nemmeno il diario vitt<br />
le bambine occhiate in chiesa sono tutte quante sposesono tutte via da qui<br />
non si affaccia più tua madre alla finestra a urlare &#8220;tòt a cà&#8221;<br />
non c&#8217;è neanche più la tua curiosità<br />
dove sono le ragazze che sceglievano fra noi<br />
e dov&#8217;è la nave scuola che hai confuso con l&#8217;amore<br />
e forse lo era più che mai<br />
non c&#8217;è più la pallavolo e i tuoi attrezzi non c&#8217;è più l&#8217;hi-fi<br />
non ci sono più tutti quanti i tuoi guai<br />
quando hai solo diciott&#8217;anni quante cose che non sai</p>
<p>quando hai solo diciott&#8217;anni forse invece sai già tutto<br />
non dovresti crescer mai<br />
se ti scrivo solo adesso è che sono io così<br />
è che arrivo spesso tardi<br />
quando sono già ricordi che hanno preso casa qui<br />
non è vero ciò che ho detto: qua c&#8217;è tutto a dire che ci sei<br />
fai buon viaggio e poi poi riposa se puoi</p></blockquote>
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		<title>III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma - 11 febbraio 1950</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2008 06:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[SW]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Facciamo l&#8217;ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l&#8217;aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>&#8220;Facciamo l&#8217;ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l&#8217;aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C&#8217;è una certa resistenza; in quelle scuole c&#8217;è sempre, perfino sotto il fascismo c&#8217;è stata. Allora, il partito dominante segue un&#8217;altra strada (è tutta un&#8217;ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare  le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A &#8220;quelle&#8221; scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d&#8217;occhio i cuochi di questa bassa cucina. L&#8217;operazione si fa in tre modi: ve l&#8217;ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico&#8221;</p></blockquote>
<p><strong>Piero Calamandrei</strong> - <em>discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l&#8217;11 febbraio 1950</em></p>
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		<title>La scomparsa del buon senso</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 12:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[SW]]></category>

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		<description><![CDATA[corriere.it
Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» è oramai un caro estinto soppiantato dall&#8217;insensato, dall&#8217;insensatezza e dal «dementismo » (ahimè, una demenza giovanile assai più che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perché? Lo dirò man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>corriere.it</p>
<blockquote><p>Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» è oramai un caro estinto soppiantato dall&#8217;insensato, dall&#8217;insensatezza e dal «dementismo » (ahimè, una demenza giovanile assai più che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perché? Lo dirò man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, il lungamente perseguito e pressoché riuscito suicidio dell&#8217;Alitalia; e, nel più grande mondo circostante, il crescente, e anch&#8217;esso insensato, «rigelo » nei rapporti tra Washington e Mosca. Quella dell&#8217;Alitalia era una morte preannunziata — e anche più che meritata — da almeno un decennio. Né sarebbe stato un suicidio inedito. Negli Stati Uniti la Twa (Trans World Airlines) è stata uccisa proprio dal suo personale di volo; e fu anche fatta tranquillamente fallire, come si fa nei Paesi seri. In Europa, e più di recente, alcune rispettabili compagnie di bandiera, come la Swissair e la Sabena, sono come qualmente passate in altre mani. Anche la Svizzera avrebbe avuto come noi l&#8217;alibi del turismo; ma che io sappia nessuno l&#8217;ha invocato e i turisti, mi dicono, ci sono ancora.Allora, chi ha messo in testa ai nostri piloti e alle vociferose hostess che ancora l&#8217;altro giorno esultavano gridando «meglio falliti che in mano ai banditi » (leggi: Colaninno) che Alitalia era una vacca sacra, una voragine mangiasoldi che però nessuno avrebbe osato toccare? Forse nessuno. Forse tra le nostre aquile e aquilette «selvagge» non ci sono più teste in grado di usare la testa. Certo è che fino alla ventitreesima ora dell&#8217;ultimo giorno chi ha pensato (male) per tutti è stata la casta dei piloti, l&#8217;Anpac; ben assistita, si intende, dalla Cgil e altri protettori politici. E ancor più certo è che il buon senso avrebbe affrontato e risolto il caso Alitalia da gran tempo. Se, appunto, il buonsenso esistesse ancora. L&#8217;altro caso, dicevo, è quello del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Era inevitabile? No. A mio avviso era evitabile e assolutamente da evitare. E la colpa di chi è? Per Salomone sarebbe stata per metà di Bush e per metà di Putin. Per il grosso degli occidentali è soprattutto di Putin. Per i meno, che mi includono, la colpa è invece soprattutto di Bush e dell&#8217;«ideologismo democratico» che oggi imperversa incorporato nell&#8217;altrettanto imperversante contesto del politicamente corretto.</p>
<p>Sia chiaro: la teoria della democrazia liberale non è, in quanto tale, un&#8217;ideologia, visto che è una teoria che ha funzionato in pratica, che si è realizzata nel mondo reale, mentre le ideologie sono (come le utopie che le hanno precedute) teorie senza pratica che clamorosamente falliscono nell&#8217;attuazione (vedi per tutti l&#8217;Urss), e che sopravvivono come fedi, come un pensiero che nessuno ripensa più, come un ex pensiero fossilizzato. Dunque la teoria della democrazia è una cosa, e l&#8217;ideologismo democratico che è esploso nel &#8216;68 e che ne proviene, è tutt&#8217;altra cosa. La prima ha fatto le democrazie, la seconda semmai le disfa. Ciò premesso, oggi l&#8217;urgenza è di stabilire e ristabilire senza paraocchi ideologici la realtà dei fatti, la realtà della «forza delle cose». E il fatto è che il mondo nel quale stiamo vivendo è il mondo più pericoloso nel quale l&#8217;uomo sia mai vissuto.</p>
<p>In parte perché stanno proliferando armi di distruzione di massa che ci potrebbero sterminare tutti; e in parte perché la dissennata crescita della popolazione (che il buon senso anche a questo effetto avrebbe dovuto impedire) ha innescato una sequela di altre crisi: dell&#8217;acqua che manca, del clima, delle risorse energetiche. E quest&#8217;ultima è la crisi più esplosiva del momento, visto che sta ridisegnando la mappa del potere mondiale tra chi dispone di petrolio e di gas e chi no. Gli Stati Uniti di petrolio ne hanno poco, l&#8217;Europa quasi punto. Invece la Russia ne ha. Ne hanno anche, si sa, il Venezuela, la Nigeria, l&#8217;Iran e alcuni Stati arabi del Medio Oriente; ma sono tutti Stati o traballanti o ostili e infidi. Il buon senso suggerisce, allora, che la Russia di Putin è, per l&#8217;Occidente, un alleato indispensabile. Se Putin venisse indispettito oltre misura, potrebbe chiudere i suoi rubinetti e l&#8217;Europa sarebbe in ginocchio in due mesi, gli Stati Uniti in gravi difficoltà entro sei.</p>
<p>Eppure il presidente Bush sta facendo di tutto per indispettirlo. È lui che per primo ha violato le intese indebitamente consentendo l&#8217;indipendenza del Kosovo; è lui che si propone di avvicinare i suoi missili intercettori ai confini della Russia, è lui che vuole incorporare nella Nato i Paesi dell&#8217;Europa orientale, è infine lui che sotto sotto ha incoraggiato la Georgia a sfidare Putin. Insomma Bush si comporta come se lui fosse il gatto e Putin il topo. L&#8217;acume di Bush mi è sempre sfuggito. Ma quando ho conosciuto Condoleezza Rice in panni accademici, lei era davvero intelligente (a detta di tutti). Pertanto quando una decina di giorni fa ha dichiarato che la crisi del Caucaso lascia la Russia «isolata e irrilevante» sono restato di stucco. Possibile che il potere logori anche l&#8217;intelligenza delle donne? Davvero gli Stati Uniti credono di poter condizionare Putin con rappresaglie finanziarie e bloccandone l&#8217;ingresso nell&#8217;Ocse e nel Wto? Eccezion fatta per il formidabile potere deterrente del suo arsenale atomico, a tutti gli altri effetti gli Stati Uniti sono oramai, al cospetto della Russia (e anche della Cina) una tigre di carta. E questa è la realtà.</p>
<p>Beninteso io rispetto e mi sento anche debitore dello zelo missionario degli americani atteso a promuovere la democrazia nel mondo. Ma sono spaventato da uno zelo missionario che cade in mano a un «ideologismo democratico» di marca Sessantottina che, appunto, stravolge ogni buon senso.</p>
<p>Giovanni Sartori</p></blockquote>
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		<title>Oltre quella porta</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 14:05:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E&#8217; incredibile quanto l&#8217;essere umano sappia sempre e comunque adattarsi alle cose&#8230;
Di fronte ad uno spettacolo meraviglioso pensiamo che questo lascerà un segno indelebile nella nostra anima&#8230;
&#8230;ma già al secondo sguardo riusciamo a cogliere solo metà della sua bellezza&#8230;
Allo stesso modo, se qualcuno entra a far parte della nostra vita ci abituiamo subito&#8230;
&#8230;al punto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>E&#8217; incredibile quanto l&#8217;essere umano sappia sempre e comunque adattarsi alle cose&#8230;</p>
<p>Di fronte ad uno spettacolo meraviglioso pensiamo che questo lascerà un segno indelebile nella nostra anima&#8230;<br />
&#8230;ma già al secondo sguardo riusciamo a cogliere solo metà della sua bellezza&#8230;</p>
<p>Allo stesso modo, se qualcuno entra a far parte della nostra vita ci abituiamo subito&#8230;<br />
&#8230;al punto di non accorgerci nemmeno che questa persona è indispensabile&#8230;<br />
fino a quando non rischiamo di perderla&#8230;</p></blockquote>
<p><strong>DD #228</strong></p>
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		<title>Maledetti professori</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 08:45:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ repubblica.it
IL &#8220;PROFESSORE&#8221;, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all&#8217;università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <strong>repubblica.it</strong></p>
<blockquote><p>IL &#8220;PROFESSORE&#8221;, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all&#8217;università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un&#8217;immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a &#8220;modello&#8221; dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E&#8217; almeno da vent&#8217;anni che tira un&#8217;aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.<br />
Siamo nell&#8217;era del &#8220;mito imprenditore&#8221; . Dell&#8217;uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l&#8217;artigiano e il commerciante. L&#8217;immobiliarista. E&#8217; &#8220;l&#8217;Italia che produce&#8221;. Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.</p>
<p>Competenze apprese &#8220;fuori&#8221; da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la scuola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.<br />
Si pensi all&#8217;invettiva contro i &#8220;professori meridionali&#8221; lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato &#8220;suo figlio&#8221; agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).</p>
<p>Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l&#8217;insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.</p>
<p>Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per &#8220;progetto&#8221; - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all&#8217;università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all&#8217;insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D&#8217;altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.</p>
<p>Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.</p>
<p>Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell&#8217;informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare &#8220;opinionista&#8221; anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una &#8220;pupa ignorante&#8221;, un tronista o un &#8220;amico&#8221; palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza &#8220;studenti&#8221;. Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?</p>
<p>Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.</p></blockquote>
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		<title>Frustrazione - le strategie per vivere… bene</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 15:54:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;
 Frustrazione significa delusione o disappunto per il mancato    appagamento di un desiderio coltivato, purtroppo, invano. Sono decisamente frustranti    gli ostacoli esterni (… ambiente) o interni (… atteggiamenti, convinzioni, modi    di pensare, ecc.) che impediscono, in qualche modo, l’appagamento delle tensioni    personali verso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"> Frustrazione significa delusione o disappunto per il mancato    appagamento di un desiderio coltivato, purtroppo, invano. Sono decisamente frustranti    gli ostacoli esterni (… ambiente) o interni (… atteggiamenti, convinzioni, modi    di pensare, ecc.) che impediscono, in qualche modo, l’appagamento delle tensioni    personali verso obiettivi coinvolgenti. Ogni giorno siamo colpiti, più o meno    violentemente, da frustrazioni e queste particolari delusioni ci costringono    indubbiamente a crescere, ad aprirci verso nuove conoscenze, a cambiare “rotta”    ai nostri progetti, a orientarci verso nuove mete che fino a quel momento non    erano prese in considerazione e per niente ipotizzate. A volte le frustrazioni    dipendono dal fatto che un obiettivo fissato diventa irraggiungibile; altre    volte la meta verso cui ci spingiamo sembra allontanarsi nel tempo ed è meno    facile poterla conquistare; e, ancora, si viene accusati o attaccati fino a    mettere in grande difficoltà una delle abilità personali indispensabili per    raggiungere l’obiettivo; molto spesso, infine, la frustrazione nasce non da    fattori esterni, ma interni all’individuo. Si determina cioè un conflitto tra    il desiderio di affermarsi, di essere “aggressivi” verso la realtà circostante    e la tendenza ad adattarsi passivamente alla situazione per evitare problemi    e difficoltà. Al di là dell’origine, comunque, quando supera determinati valori    la frustrazione determina uno stato di malessere fisico ed emotivo. Le energie    predisposte per raggiungere la meta prefissata non possono essere infatti utilizzate    per il loro scopo originario e quindi finiscono per scaricarsi sull’individuo,    diventando pericolosi aggressori dell’equilibrio psicofisico (… agendo ovviamente    anche sul sistema immunitario). I conflitti che creano frustrazione nascono    molto spesso nell’ambiente lavorativo, quando ad esempio esistono posizioni    contrastanti a livello gerarchico tra membri del gruppo o tra colleghi. Il modo    di reagire alle frustrazioni dipende dalla personalità dell’individuo, dai condizionamenti    dell’ambiente, dai rapporti interpersonali esistenti, dalla storia culturale    della persona o dal tipo di obiettivo che si stava perseguendo. La reazione    alla frustrazione può essere irrazionale o, magari, decisamente sproporzionata,    altre volte invece risulta equilibrata, creativa e costruttiva. La capacità    di reagire in modo positivo a questo disagio è considerata di solito una qualità    indispensabile per mantenere un adeguato equilibrio emotivo. La reazione può    essere aggressiva e indirizzata verso l’oggetto (… la persona) che ha causato    l’ostacolo che si frappone all’appagamento del proprio desiderio. Ma vi è anche    l’aggressività autodistruttiva, quella cioè che l’individuo rivolge contro se    stesso, perché si considera la causa del fallimento (… si veda ad esempio lo    stato depressivo). A volte il soggetto assume nei confronti dell’aggressore    che ha ostacolato la realizzazione della soddisfazione un atteggiamento premuroso    e zelante, come se temesse il ripetersi di simili situazioni o aspettasse il    momento per vendicarsi (… rimuginare). In altri casi ancora le ripetute frustrazioni    sono all’origine di atteggiamenti maniacali, quali la ricerca esasperata dell’ordine    o la pignoleria, oppure di reazioni infantili quali l’eccesso di paura o di    temerarietà. Imparare a rispondere in modo “adeguato” alle frustrazioni con    cui quotidianamente tutti dobbiamo inevitabilmente fare i conti., è non solo    un segno ovviamente di maturità, ma anche una condizione necessaria per la propria    salute psicofisica. Ecco alcuni suggerimenti utile per fronteggiarlo e contenere    i danni.</p>
<p>• E’ utile, se non indispensabile, cercare strade alternative per raggiungere    obiettivi che possano compensare la delusione subita.<br />
• Imparare ad affrontare l’ostacolo esaminando attentamente esperienze analoghe    o ricorrendo all’aiuto di un amico, di un familiare, di un esperto (… senza    vincolarsi a schemi o modalità di pensiero che non sono propri).<br />
• Sostituire l’obiettivo irraggiungibile, dopo attente valutazioni e riflessioni,    con un altro ritenuto più fattibile e realizzabile. Le energie disponibili in    vista della prima meta possono così essere utilizzate in modo più creativo e    realistico per ottenere risultati utili.</p>
<p align="justify">Quando le ripetute frustrazioni si sommano a ritmi eccessivi nell’attività    lavorativa si innesca facilmente una sindrome, il più delle volte, devastante    ed invalidante (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_da_burnout" title="Burn - Out" target="_blank">… Burn - out</a>). Si tratta di una persona letteralmente“bruciata”,    “fusa”, “scoppiata”. In realtà l’individuo ha esaurito tutte le sue energie    e si trova nella stessa condizione di un atleta che, a seguito di eccessivi    allenamenti, non riesce più a conseguire risultati agonistici apprezzabili.    Questo concetto indica solitamente una risposta a una prolungata condizione    di stress e, solitamente, accompagnata da una profonda insoddisfazione. Tutto    ciò si manifesta facilmente quando, nonostante le energie profuse, i risultati    sperati sembrano “sfuocati”, allontanarsi o, ancora peggio, irraggiungibili.    Tutto ciò (… eccessivo impegno ed eccessiva delusione) si trasforma in un inconfondibile    disagio emotivo che può sfociare in più gravi e drammatici disturbi dell’umore.    Sentimenti di irritabilità, apatia, demotivazione, accompagnati da profonda    stanchezza, sono di solito i “segnali” principali di questa forma di “spegnimento”    (… esaurimento) delle risorse personali. Gettarsi a capofitto nell’attività    lavorativa e poi, in qualche, modo, estraniarsi volutamente dai contatti umani    di tale ambiente; irritarsi ad ogni insignificante imprevisto, ma nello stesso    tempo avere la convinzione di essere un indispensabile punto di riferimento    o, meglio, un perno insostituibile in quel mondo lavorativo; diventare indifferenti,    apatici e poco creativi, produttivi, ma contemporaneamente accusare gli altri    di non essere per niente utili all’azienda(… proiettare sui colleghi il proprio    malessere e la propria insoddisfazione), sono tutti segnali indiscutibili di    un possibile Burn – out. Per evitare di cadere “vittime” di questa drammatica    condizione psicofisica sarà indispensabile impegnarsi in maniera decisa e concreta    nella propria attività, cercare di trarre da essa, il più possibile, profonde    gratificazioni, ma evitare di rendere l’attività lavorativa il solo obiettivo    della propria vita. Per raggiungere e mantenere il giusto equilibrio potranno    essere di grande aiuto dei momenti di riflessione periodica rivolte a chiarire    gli obiettivi che si vuole raggiungere, l’impegno e le energie che questi richiedono    e, non meno importante, il coinvolgimento che comportano anche in termini affettivi.    Avendo chiariti gli obiettivi si potrà comprendere se è stato dato uno spazio    armonico ai vari aspetti della vita: lavorativa, sociale, famigliare e svago.    Se un solo aspetto prevale si dovrà intervenire e distribuire in modo più armonico    l’impegno personale. Se andiamo a “senso unico” (… la nostra esistenza procede    su un unico binario) e in esso insorgono difficoltà, ostacoli gli effetti possono    essere devastanti. Il fenomeno Burn – out può essere facilmente scongiurato    quando nel mondo lavorativo esiste un buon affiatamento e validi rapporti interpersonali    i responsabile del “team” dovranno, inoltre, esplicitare gratificazioni e, soprattutto,    riconoscimenti individuali oltre a concedere una vera autonomia individuale.    E’ utile infine che ogni individuo maturi motivazioni chiare e coinvolgenti.    Simili ambienti lavorativi costituiscono una indubbia e collaudata “protezione”    contro l’esplodere di crisi personali. Più in generale è possibile affermare    che ogni rapporto improntato sull’autostima e la fiducia determina una significativa    prevenzione contro manifestazioni di incomprensioni e di malessere tra i membri    oppure può diventare un processo terapeutico quando la crisi interpersonale    è gia in atto. E’ risaputo che un gruppo di lavoro affiatato e naturalmente    ben motivato oltre ad essere più vivibile dal punto di vista delle risorse umane    è solitamente più efficiente e produttivo. La qualità dei rapporti dipende solo    in piccola parte dalle scelte personali, ma vi sono una serie di comportamenti    individuali che ognuno può attivare e che aiutano a prevenire le conseguenze    delle frustrazioni.<br />
• Migliorare la propria preparazione culturale e professionale (… aggiornamento,    lettura, partecipare a dibattiti, coltivare amicizie, ecc.). Più si aumentano    le capacità nel proprio settore professionale, più sarà facile realizzare con    disinvoltura le incombenze quotidiane e quindi rispondere in modo brillante    alle emergenze senza stress.<br />
• Imparare a perseguire gli obiettivi prefissati con impegno, valutando tutte    le opportunità, considerando tutte le soluzioni possibili, risolvendo i problemi,    prendendo decisioni e assumendosi le proprie responsabilità. La consapevolezza    di aver fatto tutto il possibile renderà più rilassati e tranquilli di fronte    a una eventuale delusione (… fallimento).<br />
• Indispensabile l’atteggiamento assertivo, nel senso di far valere le proprie    ragioni con serenità e diplomazia, ma anche con determinatezza e fermezza. Evitare    quindi sia le sottomissioni servili sia l’aggressività inutile e senza sbocco.    Il comportamento assertivo (… affermarsi con autorevolezza) aiuterà gli interlocutori    a porsi in un atteggiamento di benevolo ascolto. Non si può sicuramente essere    assertivi se non si ha fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Sentendosi    realmente sicuri si riuscirà meglio ad affrontare e controllare l’ansia nei    momenti in cui si devono affrontare rapporti carichi di tensione.<br />
• Essere malleabili, disponibili ai cambiamenti, eventualmente alle nuove soluzioni,    alle opinioni e argomentazioni degli altri quando ovviamente hanno un “contenuto    intelligente” (… senza lasciarsi influenzare… utili però per riflettere e che    permettono di prendere in esame e valutare altre possibilità). La rigidità mentale,    oltre a precludere altre possibilità di “intervento” e quindi mantenere posizioni    di chiusura verso gli altri e se stessi, non può che aumentare le occasioni    di disagio.<br />
Il corpo e la mente è un mondo unico ed indivisibile. Se lo stato d’animo è    alto, aumenta la sicurezza e la fiducia in se stessi, ma anche a livello fisico    si noterò una grande energia, ci si sentirà decisamente bene. Il malessere,    la sofferenza biologica può avere ripercussioni devastanti sull’equilibrio emotivo.    Mantenere pertanto uno stato di benessere psicofisico è una delle condizioni    indispensabili per gestire lo stress in maniera positiva senza gravi danni e    conseguenze debilitanti, e affrontare in modo positivo i più gravi disturbi    legati all’umore. Non esistono ovviamente, soluzioni immediate o ricette magiche    per raggiungere questa condizione di equilibrio, tuttavia avendo la possibilità    di agire e di decidere possiamo scegliere varie strategie che ci permettono    di uscire dal tunnel del malessere. Vediamole:<br />
Obiettivi ed ideali. Per vivere con una certa serenità è necessario avere uno    scopo nella vita. Chi non conosce i propri obiettivi e le proprie mete probabilmente    disperde energie e si trova disorientato. Al contrario chi conosce perfettamente    e ha ben chiaro il proprio cammino riesce a superare più facilmente le difficoltà    incontrare durante il percorso. La chiarezza dell’obiettivo incrementa solitamente    il coraggio necessario per fronteggiare quelle situazioni negative che non è    possibile modificare e che incidono negativamente sul proprio benessere. Con    una certa frequenza è di grande utilità fermarsi a riflettere se gli obiettivi    verso cui ci si muove sono particolarmente chiari, realistici e adeguati alle    aspirazioni personali. Il disorientamento che “spunta” dall’assenza di uno scopo    può essere all’origine di una certa fragilità emotiva.<br />
Creatività. Ci sono varie modalità per interpretare il proprio ruolo sociale.    Alcuni si lasciano condizionare passivamente dalle circostanze altri, invece,    cercano di ottenere sempre il meglio in ogni situazione. Un individuo creativo    manifesta in ogni circostanza le qualità migliori, sicuro di trovare nelle situazioni    sempre qualcosa di attraente, di utile, di curioso, qualcosa insomma per cui    non sia stato inutile affrontare quella esperienza. La realizzazione personale    non si raggiunge solo attraverso i risultati finali ma anche dal modo piacevole    con cui si vivono (… vincono) le tappe intermedie.<br />
Amicizia. Mantenere buone ed adeguate relazioni sociali, disporre cioè di amici    creativi di cui si ha fiducia, è un’altra condizione per la salute emotiva.    Naturalmente la qualità di tutti i rapporti sociali non dipende esclusivamente    da come gli altri ci guardano, ma da come noi “valutiamo” i nostri interlocutori.    Solo dimostrando di essere affidabili si ottiene fiducia; solo manifestando    disponibilità verso gli altri è possibile farsi ascoltare. Un atteggiamento    mentale di apertura nasce interiormente, dall’autostima, dalla fiducia in se    stessi e, soprattutto, dall’accettazione dei propri limiti. E’ necessario individuare    i propri punti di forza e cercare di sfruttarli al meglio per raggiungere un    profondo e stabile benessere. Dobbiamo nel contempo individuare e capire i punti    deboli non per restarne “ancorati”, ma per farvi fronte e, in qualche modo,    superarli con il minor sforzo psicofisico possibile. Comprendere se stessi è    una delle condizioni indispensabili per comunicare spontaneamente con gli altri.<br />
Soluzioni. Ci sono sicuramente vari modi di porsi di fronte alle situazioni    problematiche. Quello più significativo è quello che induce ad impegnarsi subito    a cercare soluzioni, anche se non definitive. Quando si incontra un ostacolo    è inutile farsi bloccare dall’ira, dalla delusione e dal pessimismo. I problemi,    tutto sommato, non sono altro che stimoli i quali sollecitano la psiche a reagire    spingendola all’attività. E’ quindi molto più costruttivo porsi subito alla    ricerca di “strade” alternative. In realtà, ogni volta che superiamo un problema    si rafforza la fiducia in se stessi e cresce indubbiamente il benessere emotivo.    Evitare i problemi ignorandoli, come alcune scuole di pensiero suggeriscono,    significa semplicemente aggravarli. Prendere una posizione, una decisione consente    di superare i disagi psicologici, i dubbi e le incertezze aprendo una fase nuova    in cui investire le energie personali. Considerarsi individui che non abbandonano    il campo conflittuale, ma guarda ad esso come una occasione (… per crescere,    per conoscere) per dimostrare e verificare la propria capacità di trovare soluzioni    è, sicuramente, una carta vincente nella vita.<br />
Ritmo. Quando nel quotidiano domina la frenesia, la fretta e le cose da fare    si accavallano in modo confuso, si “disperdono” molte energie psicofisiche con    conseguenze debilitanti. E’ utile in questi casi dare ordine alle proprie giornate,    facendo una graduatoria delle cose veramente importanti cui dedicarsi con impegno,    abbandonando invece quelle inutili e dispersive, che possono essere delegate    magari ad altri con maggiore tranquillità. La strana convinzione di voler fare    a tutti i costi ogni cosa da soli porta facilmente a esaurire le risorse psicofisiche    personali ed è, ovviamente, una porta aperta per il sovraffaticamento e il malessere    emotivo.</p>
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<p align="justify">   La mente è tutto. Molto spesso non ci sentiamo dotati di un’immaginazione “creativa”,    eppure l’immaginazione è talmente potente da controllare, paradossalmente, il    nostro destino. Se siamo convinti di fallire in qualcosa, probabilmente si fallirà    realmente (… si veda lo studente che pur sapendo, ma ha maturato, per mancanza    di stima, la convinzione di non farcela non riuscirà in effetti a superare l’interrogazione).    Se ci sentiamo brutti, si vivrà in un mondo che si organizza attorno alla nostra    bruttezza. In tutti queste convinzioni (… casi) la realtà è decisamente irrilevante:    il fattore determinante è quello che dice la propria immaginazione, in realtà    è quello che si crede. Chi si sente incapace, affronterà la vita come se l’incapacità    fosse un dato di fatto, e non solo una fantasia. Lavorerà senza fiducia (… senza    motivazione) e inevitabilmente non ispirerà fiducia agli altri. Magari si darà    da fare febbrilmente – modificando inutilmente la chimica e la fisica del suo    corpo - per compensare la sua presunta (… pensata) incapacità, ma non ci riuscirà    mai, perché sta lottando con qualcosa che esiste solo nella sua mente. Non può    vincere. Si sfiancherà fino a sviluppare autentici sintomi psicofisici. Allora    avrà la “conferma (… le prove) di essere condannato all’insuccesso. Noi siamo    legati al nostro “destino” finché siamo legati ai valori che lo determinano.    L’immaginazione può avere effetti molto dannosi su di noi e sulle nostre mete.    Ma può avere anche effetti positivi. Essa può essere usata come forza creativa    e costruttiva e, altrettanto, facilmente, come forza negativa. L’immaginazione    può portare all’infelicità, alla malattia e al fallimento, ma può anche portare    alla felicità, alla salute al successo. Con l’aiuto quindi dell’immaginazione    si possono fare grandi cose. Chi è convinto di riuscire in qualcosa probabilmente    ci riuscirà. Chi si sente bello, vive in un mondo che riflette la sua bellezza.    Dovunque siamo, qualsiasi cosa si stia facendo, usiamo l’immaginazione in senso    fiducioso … non costa nulla… i suoi effetti sull’autostima sono veramente miracolosi.</p>
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<p align="justify"><strong><font face="Arial, Helvetica, sans-serif"><font face="CentSchbook BT">Dottor              C.Bonipozzi</font></font></strong></p>
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		<title>Mancanza di fiducia… scarsa stima</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 15:29:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"> Anche se la mancanza di fiducia può sembrare ovvia come ostacolo    nella realizzazione dei vari obiettivi che la vita richiede, la maggior parte    delle persone non se ne rende conto. Esse pensano che un aumento della stima    che hanno di sé stesse sia una strada indiretta e lontana da un processo decisionale    effettivo. Ma se sentirsi anche momentaneamente insicuri del nostro giudizio    può interferire col processo decisionale, una mancanza cronica di fiducia in    se stessi è assolutamente devastante. Una forte ambivalenza derivante da scarsa    stima di sé è ben nota alle persone (… anche se si trovano tutte le giustificazioni    razionali possibili); anzi un’incapacità paralizzante a prendere decisioni è    spesso l’unica evidenza di cui essi hanno bisogno per sapere che hanno a che    fare con un’ambivalenza più grave del comune. Anche se non tutti i casi di ambivalenza    grave sono dovuti direttamente a scarsa stima di sé, esiste almeno un collegamento    diretto. L’indecisione, specialmente se consiste nel saltare da una “scelta”    all’altra, proviene dalla sensazione sottostante e generalmente inconsapevole    (inconscia) che nessuna opzione scelta dalla persona affetta da questa difficoltà    può essere valida, e che perciò bisogna cercarne un’altra. La persona in questione    non si è sottratta, ma neppure può accettare le scelte che ha fatto. Una scarsa    opinione di noi stessi ci fa sentire mediocri perché ci priva del successo e    della fiducia in tutti i settori della vita. Purtroppo, rinunciare alle decisioni    e compiere scelte basate su un’insufficiente stima di sé è la garanzia più sicura    di una maggiore mancanza di autostima. D’altra parte, decisioni rischiose fondate    su una valutazione realistica di sé la fanno aumentare quasi sempre. <strong>Tutte le    volte in cui teniamo alto il nostro morale, tutte le volte in cui facciamo un    esame realistico di noi stessi, mettiamo un freno al processo di demoralizzazione    e di auto disapprovazione, e evitiamo, dove possibile, rapporti con persone    e situazioni che ci umiliano, questo blocco si attenuerà e aiuteremo il processo    decisionale.</strong> Infatti, credo che una valutazione realistica di sé sia così importante    (… indispensabile) e utile ai fini dell’autostima. Inoltre, rischiare di prendere    decisioni, soprattutto quelle che esprimono convinzioni profonde sui nostri    valori e priorità personali, accresce sempre l’autostima, così come costruisce    la consapevolezza dei nostri sentimenti e la possibilità di venire coinvolti    emotivamente. Avere fiducia in se stessi fa una differenza enorme, non solo    nel giungere a una scelta, ma anche nella realizzazione positiva della decisione.    Senza di essa, la convinzione e l’impegno verso una decisione diventano impossibili.    <strong>Dato che noi siamo le nostre decisioni, se non crediamo in noi stessi saremo    disimpegnati nei loro confronti. Ma con l’aiuto della fiducia in se stessi,    che nasce dalla stima di sé, diventa possibile conseguire risultati eccezionali    (… anche se non illimitati).</strong> Se la stima di sé è scarsa e la fiducia in se stessi    mediocre, per sciogliere questo blocco può essere necessario arrivare alle cause    che sono all’origine. Tuttavia, la fiducia in se stessi spesso può essere rafforzata,    non in modo superficiale ma autentico, quando riconosciamo coscientemente di    avere più risorse di quanto possiamo renderci conto. Il guaio, infatti, è che    troppe persone hanno perso il contatto con quello che costituisce “le risorse    umane” o “le risorse personali” (… nel percorso evolutivo si possono incontrano    persone che fanno sentire gli altri incapaci, inadeguati, se non stupidi, perché    semplicemente non ci si vincola ai loro schemi, al loro modo di fare e di pensare).    Molti semplicemente non hanno mai saputo che queste fossero risorse e le hanno    date per scontate. Una sorta di inventario personale può essere utile in questo    caso, anche per le persone che potrebbero trarre vantaggio da un supporto psicologico    per scoprire la causa della scarsa stima di sé. Quello che segue è un breve    elenco di risorse personali. Esse non sono superficiali o banali. Nessuno di    noi possiede tutti questi vantaggi. Ma quelli che abbiamo sono preziosi. Si    tratta di risorse autentiche (… uniche) che sono fonte di forza. In quanto tali,    non dovrebbero in nessun modo essere minimizzate. Al contrario, un elenco personale    costituisce un’arma efficace contro uno dei blocchi al potere decisionale che    più incute timore, e fornisce uno strumento solido e realistico per accrescere    la stima di se stessi, nel presente e nel futuro. Alcune principali risorse    personali: godere di buona salute fisica, forza e vitalità – avere avuto dei    genitori responsabili che si sono occupati dei figli – provenire da una famiglia    vitale e capace di provare sentimenti di gioia – un ambiente familiare che ha    consentito la libera espressione delle emozioni - avere una buona identità sessuale    – avere sensazioni sessuali – funzionare sul piano della produttività – avere    un senso dell’ umorismo – avere buone doti intellettuali – immaginazione e creatività    - parlare con proprietà e chiarezza – fermezza e flessibilità – buona capacità    di giudizio – capacità di avere nuovi interessi – capacità di coinvolgimento    verso persone, attività e cause sociali – apprezzare gli altri – avere scambi    sessuali ed emotivi – essere in grado di affrontare le frustrazioni – tolleranza    all’ansia – la capacità di stare da soli – desideri ed ambizioni – essere in    grado di distinguere la realtà dalla fantasia.</p>
<p><strong><font face="Arial, Helvetica, sans-serif"><font face="CentSchbook BT">Dottor              C.Bonipozzi  </font></font></strong></p>
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		<title>Generazione web sott’accusa «Stupidi e deconcentrati»</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2008 07:46:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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NEW YORK—«Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel [...]]]></description>
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<blockquote><p>NEW YORK—«Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter ». Sull’ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa, Nicholas Carr—ex direttore della Harvard Business Review—confessa di temere che la civiltà del «web» stia condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali. Incide sul modo di leggere, di selezionare, di memorizzare. Ma, soprattutto, demolisce la capacità di concentrazione.</p>
<p>Carr deve aver toccato un nervo scoperto perché l’articolo— complice la scelta di farne il servizio di copertina con un titolo scioccante («Is Google making us Stoopid?», «Google ci rende stupidi? ») — ha raccolto molti consensi: «È vero, immersi come siamo nel &#8220;multitasking mentale&#8221; appena ci sediamo per leggere un documento di qualche pagina o un libro, ci sentiamo a disagio dopo pochi paragrafi. Voltiamo pagina e siamo già pronti per un link», concorda l’intellettuale britannico Andrew Sullivan, un conservatore libertario, anch’egli collaboratore dell’Atlantic. E sui giornali del gruppo Tribune, il premio Pulitzer Leonard Pitts esulta: «Leggo l’Atlantic e scopro di non essere il solo che sta perdendo l’abitudine alla lettura. Ormai riesco a digerire la scrittura solo a piccoli blocchi. Datemi un testo di più pagine e vengo subito assalito dal desiderio incontenibile di controllare la mia posta elettronica. È tutto così dispersivo. Eppure vedo meno tv e sono meno indaffarato di dieci anni fa. Giorni fa mi hanno dato da recensire un libro. Avevo pochissimo tempo per leggerlo. È stata una fatica tremenda. Mi sono imposto di restare per ore su una sedia scomodissima. Ce l’ho fatta, ma alla fine avevo una sensazione di vuoto, di colpa per essermi allontanato per tanto tempo dal mondo».</p>
<p>Carr non è certo un luddista, un nemico del progresso e della tecnologia. È un esperto di comunicazione che scrive libri sulla nuova civiltà digitale (l’ultimo, «The Big Switch: Rewiring the World» è uscito in America pochi mesi fa) ma è anche un attivissimo «blogger». Consapevole di attaccare un totem, Carr ha scelto i toni della riflessione a voce alta. Ha raccontato i suoi dubbi, i colloqui con persone che vivono i suoi stessi disagi. E ha messo le mani avanti: «Sono sensazioni, non pretendo di illustrare una verità scientifica. Del resto anche nel XV secolo Gutenberg fu messo sotto accusa da chi riteneva che la stampa avrebbe avuto un impatto disastroso sulla struttura sociale. Quindi farete bene ad essere scettici del mio scetticismo». Ma la sensazione che la civiltà di Internet stia portando con sé—sul piano culturale— effetti collaterali indesiderati e difficili da monitorare, è sempre più diffusa. Carr non è certo il primo a occuparsene: Google è da tempo sotto tiro per la sua pretesa di organizzare «tutta la conoscenza del mondo» e per la potenza di un motore di ricerca che riesce a memorizzare tutte le risposte date nei dieci anni della sua esistenza.</p>
<p>Il gigante californiano della rete promette che userà questi dati solo per migliorare il servizio reso agli utenti, ma ormai è lui, non più Microsoft, il «grande fratello » dell’immaginario collettivo. Potesse tornare indietro, il cofondatore della società, Sergey Brin, forse eviterebbe battute infelici come quella su un futuro nel quale la gente andrà in giro con un microchip di Google impiantato nel cervello. Del resto i problemi che nascono dalla gestione dell’enorme flusso di informazioni che circolano in rete sta diventando un problema anche per le aziende che sono le assolute protagoniste di Internet. Giorni fa il New York Times raccontava gli incubi di Microsoft, Google, Intel e Ibm alle prese con la bestia che si sono cresciuti in casa: l’enorme flusso di e-mail che riduce la produttività dei dipendenti. La riflessione di Carr sull’alterazione di meccanismi della nostra mente è meno «aneddotica» di quello che può apparire. Carr azzarda un parallelo tra l’impatto del «taylorismo», che un secolo fa parcellizzò i processi industriali rendendoli più rapidi, e quanto accade oggi nel mondo digitale dominato da Google. E, comunque, dietro le sue ipotesi ci sono studi «quantitativi» seri come quello dello University College di Londra, mentre qualche mese fa anche la neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, direttrice del centro per la lettura e il linguaggio della Tufts University di Boston, aveva lanciato un allarme analogo nel saggio «Reading Brain».</p></blockquote>
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		<title>Quelli che rinviano, la tribù dei nuovi pigri</title>
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		<pubDate>Sat, 17 May 2008 09:06:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ corriere.it
Un lavoro, un esame, persino nozze. Cresce il popolo di chi fa della proroga la prima regola di comportamento
MILANO—Quelli che rimandano. L’appuntamento dal commercialista, la visita dal dentista, l’inizio della dieta, la data del matrimonio, la consegna della relazione, la prenotazione delle vacanze, la telefonata alla mamma. I procrastinatori cronici: cresciuti al motto «non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <strong>corriere.it</strong></p>
<blockquote><p><em>Un lavoro, un esame, persino nozze. Cresce il popolo di chi fa della proroga la prima regola di comportamento</em></p>
<p><img src="/swb/wp-content/uploads/2008/05/home_b1.thumbnail.jpg" alt="homer" align="left" />MILANO—Quelli che rimandano. L’appuntamento dal commercialista, la visita dal dentista, l’inizio della dieta, la data del matrimonio, la consegna della relazione, la prenotazione delle vacanze, la telefonata alla mamma. I procrastinatori cronici: cresciuti al motto «non far domani ciò che potresti fare dopodomani» (Mark Twain), coccolati da servizi su Internet che ne neutralizzano le capacità propulsive (eBay è il paradiso), ormai soccorsi dai manuali di sopravvivenza (tra i più letti, Getting things done, di David Allen, tradotto in Italia da Sperling &amp; Kupfer con il titolo Detto, fatto!).</p>
<p>Sono il 20% della popolazione mondiale, anche se il 95% di noi tende a rinviare i propri compiti almeno qualche volta. A loro la rivista online Slate ha dedicato uno speciale dal titolo eloquente: «Procrastination». Raccontando la fenomenologia di un’abitudine stigmatizzata pure da Cicerone in una delle sue Filippiche contro Marco Antonio: «In rebus gerendis tarditas et procrastinatio odiosa est», quando si fa qualcosa è odioso tardare e rinviare. Beatrice Bauer, docente di comportamento organizzativo alla Bocconi di Milano, lo liquida in fretta: «Rimandare è una forma di maleducazione molto tollerata in Italia e che rischia di avere costi notevoli. Banalmente, quando uno rimanda il momento di prenotare un volo aereo, finisce con il trovare le tariffe più alte».</p>
<p>La psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris, invece, tira in ballo «la paura del nuovo, del cambiamento, di perdere qualcosa. O, in certi casi, l’aspettativa che qualcun altro risolva il problema al proprio posto». Ma il sociologo Domenico De Masi rilancia citando la Sindrome di Galois: «Évariste Galois era un matematico prodigio vissuto nella prima metà dell’ 800, già a 16 anni aveva concepito sette teoremi matematici. Si decise a scriverli soltanto la notte prima del duello nel quale morì, ventenne». De Masi è certo: «Nella sindrome di Galois c’è tutto l’atteggiamento creativo: l’arte di procrastinare fino all’ultimo per poi costringere il nostro cervello a un tour de force finale».</p>
<p>Un po’ come fa sempre Enrico Cremonesi, la «colonna sonora » di Fiorello. Racconta: «Quando mi hanno chiesto di fare le musiche per le Paralimpiadi di Torino, nel 2006, il pezzo di apertura l’ho scritto la notte stessa e l’ho mixato allo stadio poco prima che la cerimonia cominciasse. La creatività non è una cosa disciplinabile e io mi sono accorto che rimandare tutto all’ultimo mi procura eccitazione e mi fa venire le idee più in fretta». Perder tempo ha il suo business. Basti pensare a tutti i caffè alla macchinetta o alle sigarette nella saletta fumatori che tengono occupate le pause di un procrastinatore convinto. Più in generale, adesso si è aperto un mercato di programmi, saggi, manuali dedicati a chi non riesce a organizzare il suo tempo. Una delle regole che David Allen insegna nel suo bestseller è quella dei «2 minuti»: «Se fare una cosa ti richiede due minuti, tu falla e basta: due minuti è il tempo che ti servirebbe per rimandarla». Il sito www.procrastinus.com addirittura misura la propensione a procrastinare. Il test richiede 20-25 minuti. Da fare «dopo», evidentemente.</p>
<p>Elvira Serra<br />
17 maggio 2008</p></blockquote>
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		<title>Il Codice Gattuso ha 12 comandamenti</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Apr 2008 07:28:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[gazzetta.it

&#8220;Sono partito da una spiaggia sperduta della Calabria e sono arrivato due volte in cima al mondo&#8221;. Parole di uno che ce l&#8217;ha fatta e che non è ancora sazio: &#8220;Proprio io, Rino, quello che scappava da scuola, quello che a 12 anni andava a vendere il pesce in piazza per comprare il Super Tele [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>gazzetta.it</strong></p>
<blockquote><p><img src="/swb/wp-content/uploads/2008/04/ringhiolibro.thumbnail.JPG" align="left" /><br />
&#8220;Sono partito da una spiaggia sperduta della Calabria e sono arrivato due volte in cima al mondo&#8221;. Parole di uno che ce l&#8217;ha fatta e che non è ancora sazio: &#8220;Proprio io, Rino, quello che scappava da scuola, quello che a 12 anni andava a vendere il pesce in piazza per comprare il Super Tele ed essere felice&#8230;&#8221;. Dai tempi duri nel grigiore della Scozia con i Rangers ai trionfi del Milan di Berlusconi e della Nazionale campione del mondo di Marcello Lippi, Gennaro Gattuso si racconta partendo da 12 comandamenti, regole di vita e comportamento, tra il serio e il faceto, tradotte in uno stretto dialetto calabrese. Una vita da mediano senza mai tirarsi indietro soprattutto nelle sfide più difficili con l&#8217;umiltà e la dedizione. &#8216;Il Codice Gattuso sembra rivolgersi a quei giovani (&#8221;A tutti quelli che si rivedono in me, perchè io sono uno di loro&#8221;, recita la dedica del libro) che sognano di realizzare i loro obiettivi e alla fine, grazie più alla forza di volontà e all&#8217;impegno vero piuttosto che a virtù e qualità innate, riescono ad arrivare fino in fondo. E nella prima delle 12 regole di Gennaro Ivan c&#8217;è tutta la filosofia di Ringhio, come lo chiamano con affetto i tifosi della curva rossonera: &#8220;L&#8217;allenamento nun se sarta, nemmen se c&#8217;è un terremot&#8221; (l&#8217;allenamento non si salta nemmeno se c&#8217;è un terremoto).</p>
<p><span style="font-weight: bold">UNA VITA DA MEDIANO -</span> &#8220;Oggi posso dire di essere due volte campione del mondo - racconta il giocatore rossonero nato a Corigliano Calabro 30 anni fa -, prima con l&#8217;Italia e poi con il Milan, le squadre per cui faccio il tifo. La vita è proprio strana: non sai mai quali sorprese ti può riservare. E a volte, come è capitato a me, anche i sogni più assurdi si possono realizzare: lavorando, sudando, imprecando se necessario. Se non hai un sogno, una meta, un obiettivo, sei fregato, cornuto e mazziato. Ma se invece ti poni uno scopo, da conquistare con l&#8217;anima e le unghie, allora tutto diventa più bello. E se hai la bravura, o la fortuna, di raggiungerlo, la soddisfazione è impagabile. Anche se poi è necessario porsi immediatamente un altro traguardo. Chi si ferma è perduto. A maggior ragione se uno nella vita ha scritto &#8220;mediano&#8221; sotto la voce &#8220;professione&#8221; della carta d&#8217;identità. Non sono ammesse pause nel mio ruolo, perchè appena pensi di aver scalato la montagna c&#8217;è subito un altro ostacolo, un altro intoppo. E allora via, pedalare. Anche quando la salita sembra impossibile&#8221;. Da Mastro Totonno a Carlo Ancelotti in campo con la grinta di sempre. Gattuso nella prima parte del libro ricorda con affetto il suo primo allenatore. &#8220;Mastro Totonno non era quello che si dice un genio della tattica. Anzi per essere onesti, pur con tutto il bene che gli voglio, di calcio ne capiva proprio poco. Però gli devo riconoscere un merito indiscutibile nella mia formazione sportiva: mi ha insegnato che nel calcio, come nella vita, la soluzione giusta è quasi sempre la più semplice. E, a tutt&#8217;oggi, credo che quello sia stato il consiglio più importante che abbia ricevuto&#8221;.</p>
<p><small>Il Codice Gattuso-Le dodici regole di Gennaro Ivan Gattuso. Rizzoli. Pagine 135, € 15,00</small></p></blockquote>
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