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	<title>SpinoWeBlog</title>
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	<description>Ninuzzu</description>
	<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 10:45:43 +0000</pubDate>
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		<title>Intervista ad ADAM NEVILLE - Calcestruzzo e Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 10:43:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ 	Il Prof. Adam Neville, cui abbiamo dedicato la copertina di Enco Journal di questo numero, è sicuramente uno dei personaggi-chiave nella diffusione della cultura della Scienza e della Tecnologia del calcestruzzo.
L&#8217;obiettivo della nostra intervista era quello di accertare quanto certe situazioni presenti nel nostro Paese (si legga per esempio L&#8217;Editoriale di questo numero: &#8220;Chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote> 	Il Prof. Adam Neville, cui abbiamo dedicato la copertina di Enco Journal di questo numero, è sicuramente uno dei personaggi-chiave nella diffusione della cultura della Scienza e della Tecnologia del calcestruzzo.<br />
L&#8217;obiettivo della nostra intervista era quello di accertare quanto certe situazioni presenti nel nostro Paese (si legga per esempio L&#8217;Editoriale di questo numero: &#8220;Chi controlla il controllore?&#8221;) trovino riscontro anche in altri Paesi.<br />
COLLEPARDI: Prof. Neville, non ritiene che negli ultimi 30 anni la ricerca sul calcestruzzo abbia conseguito un considerevole progresso nelle sue proprietà rispetto a quele dello stesso materiale nella prima metà del secolo scorso?NEVILLE: Prima di rispondere alle sue domande, desidero dire che trovo divertente essere il soggetto di un&#8217;intervista da parte di Enco Journal. Essere intervistato da una persona così bene conosciuta come il Professor Mario Collepardi è, naturalmente, un onore. Da parte sua, egli mi lusinga quando, nell&#8217;ultimo numero di Enco Journal, parla di me dicendo: &#8220;Adam Neville, forse il massimo esperto mondiale nel settore del calcestruzzo&#8221;.<br />
Mi fa anche piacere rinnovare i miei contatti con l&#8217;Italia, un paese dove ho speso, sebbene non per mia scelta, due anni e mezzo della mia vita. Ciò è dovuto al fatto che ho partecipato alla campagna militare in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Sbarcai a Taranto con il Secondo Corpo Polacco, come parte dell&#8217;Ottava Armata Britannica, nel Gennaio del 1944. Da lì risalimmo, spesso molto lentamente, lungo la costa Adriatica per deviare poi ad Ovest dove ci aspettava la battaglia di Monte Cassino, ed arrivare infine al fiume Po. Nell&#8217;attesa della smobilitazione, mi sono iscritto al primo anno di Ingegneria al Regio Politecnico di Torino; sono molto orgoglioso di dire che superai (in italiano) tutti gli esami e con buoni voti. Questo fu il mio primo gradino del percorso universitario in Ingegneria, e l&#8217;ho superato in Italia!COLLEPARDI: Quante coincidenze, Professor Neville! Io sono nato in un paesino (Ausonia) vicino a Cassino, e mentre Lei combatteva a Monte Cassino con le truppe alleate, io - bambino di 5 anni - mi trovavo nelle retrovie tedesche a pochi chilometri da Cassino dove mio padre era ricercato dai Tedeschi per aver aiutato la comunità ebraica locale a fuggire. Più tardi ho studiato a Cassino, ancora ridotta in un cumulo di macerie. Ma torniamo alla mia domanda.</p>
<p>NEVILLE: Certo, torniamo alla sua domanda. Sono d&#8217;accordo che negli ultimi 30 anni c&#8217;è stato un progresso nella ricerca sul calcestruzzo rispetto a quello prodotto nelle prima metà del XX secolo.</p>
<p>COLLEPARDI: Ed allora perché i progettisti hanno trascurato questo progresso?</p>
<p>NEVILLE: Perché nella ricerca, o anche dello sviluppo universitario, c&#8217;è un cammino lungo per arrivare alle applicazioni pratiche nella effettiva realizzazione delle strutture. Pertanto, se i progettisti hanno trascurato questo progresso potenziale è perché non è stato loro offerta un&#8217;evidenza convincente che c&#8217;era qualcosa nelle nuove conoscenze sul calcestruzzo da cui trarre profitto.</p>
<p>COLLEPARDI: E da cosa dipende questa situazione?</p>
<p><strong>NEVILLE: La situazione non è poi molto diversa da quella degli altri settori. Prendiamo, per esempio, il settore dell&#8217;elettronica: sono i produttori che informano i potenziali utenti sui migliori, e spesso anche più piccoli, congegni elettronici. Qualcuno potrebbe dire che questo approccio - persuadere la gente che c&#8217;è qualcosa di meglio, o supposta essere meglio - è pubblicità. Perché i ricercatori universitari non sono altrettanto &#8220;estroversi&#8221;? Naturalmente i migliori lo sono, ma quegli accademici che non hanno alcuna esperienza nella progettazione o nella costruzione, non hanno alcuna possibilità di accedere alla comunità dei professionisti, dei costruttori, e dei produttori di materiali. Non sono neppure in grado di conoscere ciò che potrebbe loro interessare. Talvolta, le ricerche universitarie cercano di rispondere a domande che nessuno desidera porre.<br />
</strong>Detto questo, occorre riconoscere il progresso conseguito attraverso l&#8217;impiego di vari materiali cementizi come la cenere volante e altre pozzolane, il fumo di silice, ed una vasta gamma di additivi in continuo miglioramento, con i superfluidificanti in testa. E i superfluidificanti non furono inventati dagli universitari, ma è stato Pierre-Claude Aïtcin, un professore in Canada, che ha risolto l&#8217;importante problema della compatibilità tra superfluidificante e cementi. Per quanto riguarda le pozzolane, non vorrei discuterne in una rivista italiana: sarebbe di pessimo gusto, come discutere del dogma cattolico in Vaticano!</p>
<p>COLLEPARDI: Cosa potrebbe favorire il cosiddetto trasferimento tecnologico dalla ricerca universitaria alla pratica applicativa?</p>
<p><strong>NEVILLE: Le università dovrebbero utilizzare molto di più i professionisti ingegneri nei Dipartimenti di Ingegneria civile e strutturale. Le persone che coniugano l&#8217;attività universitaria con la pratica professionale nel settore delle costruzioni sono particolarmente utili nel trasferimento tecnologico. Non tutti lo fanno o vogliono farlo, ma io ho incontrato alcuni di questi in Italia, in Germania, nel Regno Unito, e negli Stati Uniti. Ce ne vorrebbero molti di più.</strong></p>
<p>COLLEPARDI: Professor Neville, Lei ha maturato una profonda esperienza nella università Nord Americane ed Europee. Ha riscontrato qualche differenza nell&#8217;insegnamento e nell&#8217;apprendimento del calcestruzzo tra le Facoltà di Ingegneria Civile dei due continenti?</p>
<p>NEVILLE: Non sono in grado di commentare in generale la situazione delle università in Europa, e credo che ci siano significative differenze da un paese all&#8217;altro, sebbene io ritengo che stiano convergendo verso una situazione comune. Nel Nord-America, nelle università si insegna sempre meno il calcestruzzo come materiale, e sempre più l&#8217;uso del computer nella analisi strutturali. Sebbene io sia un co-autore di un libro sulle analisi strutturali (insieme ad Amin Ghali dell&#8217;Università di Calgary in Canada), io deploro questo grosso mutamento verso l&#8217;analisi di strutture costruite con un materiale le cui proprietà sono sconosciute allo strutturista.</p>
<p>COLLEPARDI: Non pensa che sarebbe meglio uniformare la conoscenza del calcestruzzo almeno in Europa?</p>
<p>NEVILLE: Le norme ed i codici si stanno sviluppando su base Europea. Il mio libro, Properties of Concrete è stato tradotto in 13 lingue, incluso l&#8217;Italiano, e sono sicuro che viene letto in Inglese in molti altri paesi. Tutto ciò dovrebbe favorire la convergenza verso un&#8217;unica situazione, e penso che questo sia una buona cosa. Se non altro, questa convergenza dovrebbe ridurre nell&#8217;Unione Europea le barriere al commercio.</p>
<p>COLLEPARDI: Cosa pensa del modo di prescrivere le proprietà del calcestruzzo da parte di Architetti e Ingegneri?</p>
<p>NEVILLE: Questo è un argomento molto vasto. Mi sono trovato, in molti casi, prescrizioni sul calcestruzzo che erano tra loro incompatibili. Troppo spesso la prescrizione è preparata da qualcuno che non è ingegnere, ed il metodo usato si basa sull&#8217;incollaggio di sezioni da specifiche di lavori precedenti. Mi sono imbattuto in un caso, in Estremo Oriente, dove la specifica conteneva delle clausole sulla produzione del calcestruzzo in climi freddi e sulla protezione del getto dal gelo; nel processo di taglia-e-cuci qualcuno si era dimenticato di eliminare la sezione &#8220;fredda&#8221;.<br />
La situazione sta migliorando nel senso che si stanno sviluppando alcune generiche specifiche globali. Ma v&#8217;è sempre il pericolo di conflitto tra la necessità, per esempio, di assicurare la resistenza alla penetrazione dei cloruri e quella di prevenire un eccessivo aumento della temperatura. Insomma, chi scrive le specifiche del calcestruzzo deve possedere un alto livello di conoscenza su questo materiale.</p>
<p>COLLEPARDI: Cosa pensa sul modo di costruire le strutture in calcestruzzo armato da parte delle imprese?</p>
<p>NEVILLE: Le imprese con una lunga esperienza sono molto competenti. Tuttavia, è necessaria un&#8217;adeguata supervisione del progettista, o di qualcuno per conto del proprietario: la natura umana raramente include la disciplina della perfezione se questa richiede più impegno o più spese da parte dell&#8217;impresa.</p>
<p>Il libretto di Adam Neville con gli esami del<br />
Politecnico di Torino</p>
<p>Un problema che ho incontrato è che il capitolato e le specifiche sono formulati in modo tale che, dopo aver vinto una gara d&#8217;appalto con un certo prezzo, l&#8217;impresa può richiedere dei costi addizionali per tutta una serie di ragioni. Pertanto, molti grandi progetti non vengono terminati secondo il costo preventivato e neppure in accordo ai tempi previsti. Tutto questo ha portato ad una cattiva reputazione di alcune imprese.</p>
<p>COLLEPARDI: Non ritiene che il lavoro sui cantieri sia tra i più usuranti e scomodi?</p>
<p>NEVILLE: Sono d&#8217;accordo che il lavoro in un cantiere sia più duro che in una fabbrica. Gli operai edili si devono muovere da un cantiere all&#8217;altro, talvolta da un paese all&#8217;altro, mentre gli operai dell&#8217;industria lavorano in un luogo fisso. Questi ultimi non sono esposti alle variazioni del tempo, sono protetti ed al caldo, hanno una buona mensa, e difficilmente sono coinvolti da problemi inattesi.</p>
<p>COLLEPARDI: Non sarebbe forse il caso di offrire un salario più allettante agli operai edili rispetto a quello dei lavoratori delle industrie?</p>
<p>NEVILLE: Trovo che sia troppo semplicistico trasformare circostanze sfavorevoli di un lavoro in una paga più alta: forse un medico specializzato in malattie del retto dovrebbe essere pagato più di un oculista? Una gran parte degli operai edili, certamente quelli addetti alle costruzioni in calcestruzzo, non sono molto esperti. La paga relativamente bassa non attrae persone esperte, capaci ed istruite. Un possibile rimedio è quello di richiedere una formazione ed un aggiornamento del personale addetto alle operazioni che riguardano le costruzioni in calcestruzzo. Devo ammettere, però, che questa gente dovrebbe anche essere pagata di più; ed un salario più alto dovrebbe attrarre personale migliore. In passato ho sostenuto che nei capitolati si dovrebbe richiedere che l&#8217;impresa abbi sul cantiere un certo numero di persone addestrate e competenti nel calcestruzzo, Naturalmente, il proprietario deve essere preparato a pagare per questo. Come ritorno, avremmo strutture migliori e più durabili.</p>
<p>Adam Neville a Venezia alla fine della guerra in attesa della smobilitazione.</p>
<p>COLLEPARDI: Come è possibile muoversi in questa direzione?</p>
<p>NEVILLE: Io spero molto che ci muoveremo, e penso che occorrano clausole obbligatorie, nel capitolato o nelle regole delle costruzioni, per arrivare ad una migliore forza lavoro. E&#8217; certamente possibile raggiungere questo obiettivo abbastanza rapidamente, e questo non richiede che si faccia alcuna ricerca nell&#8217;università.</p></blockquote>
<p>enco-journal.com</p>
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		<title>Intervista a Giovanni di Gregorio</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 18:18:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Ciao Giovanni, presentati ai nostri lettori, dicci chi sei e come sei arrivato al fumetto e, soprattutto, alla Bonelli?
Tutto iniziò con un breve corso tenuto da Gianni Allegra, cuore storico del fumetto palermitano, a quei tempi mi stavo laureando in chimica. Per un po&#8217; feci il disegnatore, pubblicando vignette e storie brevi su riviste e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p class="interviste"><em>Ciao Giovanni, presentati ai nostri lettori, dicci chi sei e come sei arrivato al fumetto e, soprattutto, alla Bonelli?</em></p>
<p>Tutto iniziò con un breve corso tenuto da Gianni Allegra, cuore storico del fumetto palermitano, a quei tempi mi stavo laureando in chimica. Per un po&#8217; feci il disegnatore, pubblicando vignette e storie brevi su riviste e quotidiani. Poi ci pensò il mio amico Sergio Algozzino, che stava raccogliendo intorno a sé gente per la rivista &#8220;Piccoli Brividi&#8221; della Panini, a insegnarmi i primi rudimenti di sceneggiatura.<br />
Ci avevo preso gusto. Mandai dei soggetti di prova per Dampyr, di cui mi aveva affascinato il modo crudo con cui affrontava alcune tematiche. Il quarto tentativo andò bene, iniziavo la mia prima storia Bonelli. Dopo qualche mese entravo nello staff di Monster Allergy (Red Whale / Disney), che considero la migliore serie umoristica degli ultimi anni. Poi arrivò Dylan, e divenni sceneggiatore a tempo pieno.</p>
<p class="interviste"><em>E la laurea?</em></p>
<p>L&#8217;aria che si respirava all&#8217;università era per me diventata irrespirabile. Dopo aver lavorato e vissuto un paio d&#8217;anni in giro per l&#8217;Europa, quell&#8217;approssimazione e quella cialtroneria - per non dire altro - che vi scorgevo mi stavano strette. Finito il dottorato, decisi di lasciare la chimica per il fumetto: quanto a professionalità e serietà, resta un&#8217;esperienza nettamente superiore a quella universitaria.</p>
<p class="interviste"> <em>Un cervello in fuga dal mondo universitario ha trovato un lido italiano nei fumetti, prendiamolo come il segno del fatto che il fumetto è cultura!</em></p>
<p class="interviste"><strong>Prendiamolo piuttosto come il segno che il mondo universitario NON è cultura. Non sempre, per lo meno.</strong><br />
Quanto ai fumetti, si tratta di cultura a patto – ovviamente – che ci sia qualità. Condizione che vale d&#8217;altronde per la musica e la poesia, il cinema e la letteratura, o qualunque altro prodotto artistico. Il fumetto, popolare o autoriale, è un mezzo d&#8217;espressione potente e versatile, che può esprimere una gamma vasta di argomenti e toccare vette altissime. Lo dimostrano le opere di Spiegelmann, della Satrapi, di Stassen o del nostro Gipi, così come il Dylan Dog di Sclavi o il Ken Parker di Berardi. Oppure, sul versante non realistico, autori come Watterson, Quino e Altan.</p>
<p class="interviste"><em>In Italia però il fumetto è percepito più che altro come forma di intrattenimento.</em></p>
<p>Ed è un peccato, perché questo è riduttivo delle sua potenzialità. Fermo restando – sia chiaro – che fare un buon intrattenimento è importantissimo (e difficilissimo), molto più di quanto si creda: basti osservare i danni del cattivo intrattenimento.<br />
In altri paesi, penso alla Francia e al Belgio, non viene fatta alcuna distinzione tra fumetto e letteratura. Lo splendido &#8220;Appunti per una storia di guerra&#8221; di Gipi l&#8217;anno scorso è stato eletto dalla prestigiosa rivista francese &#8220;Lire&#8221; come uno dei venti libri più belli dell&#8217;anno. Libri.</p>
<p class="interviste"><em>Tra Piccoli Brividi e Dampyr non c&#8217;è stata nessun&#8217;altra esperienza? E&#8217; stata quella la tua prima scelta?</em></p>
<p>Sì, e penso che sia stata un&#8217;ottima scelta!</p>
<p class="interviste"><em>Dylan Dog e Dampyr sono due serie dai toni horror e vieni da Piccoli Brividi, sei uno sceneggiatore horror?</em></p>
<p>No, tutt&#8217;altro. Non è la componente horror che mi ha avvicinato a Dampyr, quanto il rigore quasi documentaristico di certi episodi storici, o degli scenari &#8220;geopolitici&#8221; in cui il nostro ammazzavampiri si muove. Amo le avventure di fiction che vengono ritagliate dentro una cornice storica o geografica ben precisa. In nome di questa maggiore aderenza alla realtà, c&#8217;è anche la possibilità di allentare un poco le maglie del &#8220;politically correct&#8221;, che è cosa buona e giusta.<br />
In Dylan Dog l&#8217;orrore ha una valenza molto ampia, come i lettori sanno meglio di me. E poi Dylan è un personaggio così forte che si presta a registri diversi senza esserne snaturato. Puoi giocare con la struttura narrativa, facendo perdere il lettore nei labirinti della storia (come in &#8220;Dopo mezzanotte&#8221; o in &#8220;Memorie dall&#8217;invisibile&#8221;, di Sclavi) o prenderlo per lo stomaco e sprofondarlo in abissi di angoscia (come fa la Barbato). È un privilegio poter lavorare su un personaggio del genere.</p>
<p class="interviste"><em>Ti vedremo al lavoro su temi diversi? Su quali altri personaggi ti piacerebbe lavorare?</em></p>
<p>Più che di personaggi parlerei di storie. Mi piace scrivere (e leggere, non solo a fumetti) i reportage, le biografie, i racconti che frugano tra le pieghe della Storia o della Vita per portarne alla luce i personaggi minori o le semplici comparse. Quelli che hanno una vena sotterranea di denuncia, testimonianza o riflessione. I miei Dampyr risentono di questo mio pallino, almeno finora. E anche un paio dei Dylan Dog che ho scritto, il tutto adattato naturalmente al mo(n)do dylaniato.</p>
<p class="interviste"><em>La Bonelli ha appena lanciato le miniserie e a breve i &#8220;Romanzi a Fumetti&#8221;, pensi che le tue storie potrebbero adattarsi meglio ad uno di questi formati piuttosto che ad uno dei personaggi seriali bonelliani?</em></p>
<p>Le miniserie sono ideate e scritte tutte da un unico sceneggiatore, di chiara fama e provata professionalità, quindi non mi pongo nemmeno il problema. Quanto ai &#8220;Romanzi a Fumetti&#8221;, è esattamente quello che mancava in Italia, daranno una ventata d&#8217;aria nuova al mercato. Un racconto che si conclude in poche centinaia di tavole offre enormi possibilità di narrazione: è un meraviglioso territorio vergine in cui muoversi con lo spirito di un pioniere, dando spazio a storie e universi personali che in una serie verrebbero necessariamente sacrificati. È il formato del fumetto francese, tanto per capirci, ed è a causa della mancanza di uno spazio simile che tanti dei nostri talenti sono emigrati oltralpe. Certo, mi piacerebbe potermi cimentare in formati più liberi come questi. Per il momento mi faccio le ossa sulle classiche 94 pagine Bonelli, poi si vedrà.</p>
<p class="interviste"><em>In ogni caso come giudichi la prima esperienza di miniserie, Brad Barron, e la neonata Demian, pensi che questa potrebbe essere una soluzione vincente per il mercato?</em></p>
<p>Gran bella idea, le miniserie. Il numero ridotto di episodi garantisce una qualità sempre alta: né il disegnatore né lo sceneggiatore hanno il tempo di stancarsi o assuefarsi ai nuovi personaggi. E poi, vedi sopra, una miniserie permette di sperimentare cose che in una serie virtualmente illimitata sono proibite: fare morire dei comprimari, tanto per dirne una, o sconvolgere profondamente il mondo in cui agiscono i nostri eroi. Quanto al mercato, è ovviamente più facile incatenare il lettore per diciotto albi.</p>
<p class="interviste"><em>Tra i bonellidi invece con quale serie pensi che potresti fare un buon lavoro?</em></p>
<p>Non li conosco sufficientemente bene da farmene un&#8217;idea precisa. Però è interessante e coraggioso il progetto de &#8220;L&#8217;insonne&#8221; (Desdy Metus), di utilizzare scenari italiani per ambientarvi delle storie di mistero.</p>
<p class="interviste"><em>Ambientare le storie in Italia è il pallino di diversi sceneggiatori, anche in Bonelli. Tu stai lavorando a qualcosa del genere per Dampyr o Dylan Dog? D&#8217;altronde entrambi sono stati in Italia in passato…</em></p>
<p>Mi piacerebbe fare venire Harlan a Palermo, sto cercando l&#8217;idea giusta in mezzo alle tante che ho segnate su un foglio un po&#8217; di tempo fa. La prossima storia che proporrò a Boselli magari sarà proprio questa. Dylan invece è molto più restio a lasciare casa sua, e le trasferte fuori dall&#8217;Inghilterra rimangono delle eccezioni.</p>
<p class="interviste"> <em><br />
Perchè pensi che sia così difficile fare accettare l&#8217;idea che le avventure si svolgano in Italia?</em><br />
Perché siamo stati cresciuto a film made in USA, e adesso ci sembra che una storia non sia credibile se i protagonisti non si chiamano Jack o Donovan? Perché storicamente il fumetto seriale italiano è nato con una forte componente avventurosa, e l&#8217;avventura – si sa – è più avventura se si svolge in luoghi esotici e lontani? Non saprei.<br />
Personalmente ritengo un grosso limite il fatto che il fumetto, sia esso d&#8217;evasione o &#8220;impegnato&#8221;, non racconti ciò che ci circonda. Eppure esistono degli esempi di ottimi fumetti ambientati in Italia. Penso al commissario Spada di Gonano/De Luca o a &#8220;Milano Criminale&#8221; di Cajelli/Guerreri, passando per le indimenticabili storie bolognesi di Pazienza. Recentemente è nata una piccola ma pregevole casa editrice, Beccogiallo, che ha deciso di specializzarsi in cronaca a fumetti. Tra gli argomenti pubblicati ci sono la strage di Bologna, il terremoto del Friuli del &#8216;78, il caso Unabomber e il delitto Pasolini, tanto per fare un esempio. Un altro modo di parlare dell&#8217;Italia.</p>
<p class="interviste"> <em>A quali altri progetti stai lavorando fuori dall&#8217;ambito Bonelli?</em><br />
Proprio per Beccogiallo ho tradotto e curato &#8220;Garduno, in tempo di pace – Resistere alla globalizzazione&#8221; del francese Philippe Squarzoni. È un rigoroso e appassionato saggio a fumetti sulla globalizzazione che uscirà in libreria a fine giugno e che consiglio caldamente. Sempre per Beccogiallo, in autunno sarà pubblicato &#8220;Brancaccio&#8221;, disegnato dall&#8217;ottimo Claudio Stassi, in cui racconto la mafia vissuta (assorbita) quotidianamente in uno dei quartieri più degradati di Palermo. Una storia di mafia senza proiettili, coppole o volanti della polizia che sgommano a sirene spiegate. Tanto più terribile quanto più ordinaria. Cambiamo genere: per la Pavesio è prevista in autunno, contemporaneamente in Italia e in Francia, l&#8217;uscita di &#8220;Last Travel Inc.&#8221;, fantascienza grottesca e sopra le righe. Il disegnatore è Marco Hasmann, un talentuoso esordiente. Per la Francia ho poi altri lavori miei, ancora in via di definizione. Last but not least, sto collaborando con la Red Whale, quelli di Monster Allergy, per un nuovo progetto. In cantiere ci sarebbe poi anche la sceneggiatura di un lungometraggio animato, ma qui i tempi di approvazione ed eventualmente di realizzazione sono biblici.</p></blockquote>
<p><strong>ayaaaak.net</strong></p>
<blockquote>
<p class="interviste"><em>Un&#8217;ultima cosa: segui mai le discussioni dei lettori su Internet? Hai un tuo spazio nella rete da cui essere raggiunto o pensi di crearne uno in futuro?</em></p>
<p>Io amo Internet, ma in genere lo frequento poco: anni fa mi sono disintossicato e cerco di mantenermi pulito. Passo anche troppo tempo davanti allo schermo di un computer (il lato poco sano di questo mestiere), ci manca solo il sito o il blog da aggiornare! Controllo la posta, leggo le notizie, cerco le informazioni che mi servono ed è tutto. Ah, e naturalmente vado su Ayaaaak tutti i giorni. <img src='http://www.volleybrolo.com/swb/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Non poteva esserci scempio più atroce</title>
		<link>http://www.volleybrolo.com/swb/2009/02/08/non-poteva-esserci-scempio-piu-atroce/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 09:40:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[repubblica.it - Eugenio Scalfari 
IL CASO ENGLARO appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all&#8217;evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>repubblica.it - Eugenio Scalfari </em></p>
<blockquote><p><strong>IL CASO ENGLARO </strong>appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all&#8217;evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l&#8217;attuazione.</p></blockquote>
<blockquote><p>Ma il caso Englaro è stato derubricato l&#8217;altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita.</p>
<p>Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori.<br />
Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che &#8220;al di là dell&#8217;obbligo morale di salvare una vita&#8221; egli sente &#8220;il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi&#8221;.</p>
<p>Gli strumenti necessari per realizzare quest&#8217;obiettivo indispensabile sono &#8220;la decretazione d&#8217;urgenza e il voto di fiducia&#8221;; ma poiché l&#8217;attuale Costituzione semina di ostacoli l&#8217;uso sistematico di tali strumenti, lui &#8220;chiederà al popolo di cambiare la Costituzione&#8221;.</p>
<p>La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima.<br />
Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l&#8217;occasione che cercava.</p>
<p>Un&#8217;occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull&#8217;appello alle pulsioni elementari e all&#8217;emotività plebiscitaria.</p>
<p>Qui c&#8217;è la difesa di una vita, la commozione, il pianto delle suore, l&#8217;anatema dei vescovi e dei cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una parte. E dall&#8217;altra i &#8220;volontari della morte&#8221;, i medici disumani che staccano il sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione.</p>
<p>Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all&#8217;odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita.</p>
<p>Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta.</p>
<p>Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l&#8217;altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante.</p>
<p>Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada.</p>
<p>Ci sono altri due obiettivi che l&#8217;uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare.<br />
Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d&#8217;aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto.</p>
<p>Dopo tanto parlare di provvedimenti efficaci, il governo ha mobilitato 2 miliardi da aggiungere ai 5 di qualche settimana fa. In tutto mezzo punto di Pil, una cifra ridicola di fronte ad una recessione che sta falciando le imprese, l&#8217;occupazione, il reddito, mentre aumentano la pressione fiscale, il deficit e il debito pubblico. Di fronte ad un&#8217;economia sempre più ansimante, oscurare mediaticamente per qualche giorno l&#8217;attenzione del pubblico depistandola verso quanto accade dietro il portone della clinica &#8220;La Quiete&#8221; dà un po&#8217; di respiro ad un governo che naviga a vista.</p>
<p>Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire &#8220;con cattiveria&#8221;.</p>
<p>Il Vaticano si oppone a quella &#8220;cattiveria&#8221; ma ciò che realmente gli sta a cuore è mantenere ed estendere il suo controllo sui temi della vita e della morte riaffermando la superiorità della legge naturale e divina sulle leggi dello Stato con tutto ciò che ne consegue. Le parole della gerarchia, che non ha lesinato i complimenti al governo ed ha platealmente manifestato delusione e disapprovazione nei confronti del capo dello Stato ricordano più i rapporti di protettorato che quelli tra due entità sovrane e indipendenti nelle proprie sfere di competenza. Anche su questo terreno è in atto una controriforma che ci porterà lontani dall&#8217;Occidente multiculturale e democratico.</p>
<p>Nel suo articolo di ieri, che condivido fin nelle virgole, Ezio Mauro ravvisa tonalità bonapartiste nella visione politica del berlusconismo. Ha ragione, quelle somiglianze ci sono per quanto riguarda la pulsione dittatoriale, con le debite differenze tra i personaggi e il loro spessore storico.</p>
<p>Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l&#8217;instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali.</p>
<p>Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del &#8216;22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: &#8220;Avrei potuto fare di quest&#8217;aula sorda e grigia un bivacco di manipoli&#8221;.</p>
<p>Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent&#8217;anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra.<br />
In quel passaggio del 3 gennaio &#8216;25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.<br />
Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.</p>
<p>Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.<br />
Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel &#8220;rinsavimento&#8221; sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l&#8217;altro ieri.</p>
<p><!-- do nothing --> E tutto è sciaguratamente avvenuto sul &#8220;corpo ideologico&#8221; di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.</p></blockquote>
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		<title>Lettera A G. by Ligabue</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 07:02:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Se ti scrivo solo adesso un motivo ci sarà
non è mica san Lorenzo
non ci sono stelle matte
su &#8217;sta piccola città
non ci sono desideri da non dire come tempo fa
il destino ha la sua puntualità
hai lottato come un uomo con la brutta compagnia
che non eri mica stanco
che nessuno mai è pronto quando c&#8217;è da andare via
hai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>Se ti scrivo solo adesso un motivo ci sarà<br />
non è mica san Lorenzo<br />
non ci sono stelle matte<br />
su &#8217;sta piccola città<br />
non ci sono desideri da non dire come tempo fa<br />
il destino ha la sua puntualità<br />
hai lottato come un uomo con la brutta compagnia<br />
che non eri mica stanco<br />
che nessuno mai è pronto quando c&#8217;è da andare via<br />
hai pregato bestemmiando per la rabbia per tutta l&#8217;agonia<br />
per le scelte che stava facendo dio<br />
non ci sono più i petardi<br />
e nemmeno il diario vitt<br />
le bambine occhiate in chiesa sono tutte quante sposesono tutte via da qui<br />
non si affaccia più tua madre alla finestra a urlare &#8220;tòt a cà&#8221;<br />
non c&#8217;è neanche più la tua curiosità<br />
dove sono le ragazze che sceglievano fra noi<br />
e dov&#8217;è la nave scuola che hai confuso con l&#8217;amore<br />
e forse lo era più che mai<br />
non c&#8217;è più la pallavolo e i tuoi attrezzi non c&#8217;è più l&#8217;hi-fi<br />
non ci sono più tutti quanti i tuoi guai<br />
quando hai solo diciott&#8217;anni quante cose che non sai</p>
<p>quando hai solo diciott&#8217;anni forse invece sai già tutto<br />
non dovresti crescer mai<br />
se ti scrivo solo adesso è che sono io così<br />
è che arrivo spesso tardi<br />
quando sono già ricordi che hanno preso casa qui<br />
non è vero ciò che ho detto: qua c&#8217;è tutto a dire che ci sei<br />
fai buon viaggio e poi poi riposa se puoi</p></blockquote>
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		<title>III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma - 11 febbraio 1950</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2008 06:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#8220;Facciamo l&#8217;ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l&#8217;aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>&#8220;Facciamo l&#8217;ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l&#8217;aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C&#8217;è una certa resistenza; in quelle scuole c&#8217;è sempre, perfino sotto il fascismo c&#8217;è stata. Allora, il partito dominante segue un&#8217;altra strada (è tutta un&#8217;ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare  le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A &#8220;quelle&#8221; scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d&#8217;occhio i cuochi di questa bassa cucina. L&#8217;operazione si fa in tre modi: ve l&#8217;ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico&#8221;</p></blockquote>
<p><strong>Piero Calamandrei</strong> - <em>discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l&#8217;11 febbraio 1950</em></p>
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		<title>La scomparsa del buon senso</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 12:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[corriere.it
Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» è oramai un caro estinto soppiantato dall&#8217;insensato, dall&#8217;insensatezza e dal «dementismo » (ahimè, una demenza giovanile assai più che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perché? Lo dirò man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>corriere.it</p>
<blockquote><p>Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» è oramai un caro estinto soppiantato dall&#8217;insensato, dall&#8217;insensatezza e dal «dementismo » (ahimè, una demenza giovanile assai più che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perché? Lo dirò man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, il lungamente perseguito e pressoché riuscito suicidio dell&#8217;Alitalia; e, nel più grande mondo circostante, il crescente, e anch&#8217;esso insensato, «rigelo » nei rapporti tra Washington e Mosca. Quella dell&#8217;Alitalia era una morte preannunziata — e anche più che meritata — da almeno un decennio. Né sarebbe stato un suicidio inedito. Negli Stati Uniti la Twa (Trans World Airlines) è stata uccisa proprio dal suo personale di volo; e fu anche fatta tranquillamente fallire, come si fa nei Paesi seri. In Europa, e più di recente, alcune rispettabili compagnie di bandiera, come la Swissair e la Sabena, sono come qualmente passate in altre mani. Anche la Svizzera avrebbe avuto come noi l&#8217;alibi del turismo; ma che io sappia nessuno l&#8217;ha invocato e i turisti, mi dicono, ci sono ancora.Allora, chi ha messo in testa ai nostri piloti e alle vociferose hostess che ancora l&#8217;altro giorno esultavano gridando «meglio falliti che in mano ai banditi » (leggi: Colaninno) che Alitalia era una vacca sacra, una voragine mangiasoldi che però nessuno avrebbe osato toccare? Forse nessuno. Forse tra le nostre aquile e aquilette «selvagge» non ci sono più teste in grado di usare la testa. Certo è che fino alla ventitreesima ora dell&#8217;ultimo giorno chi ha pensato (male) per tutti è stata la casta dei piloti, l&#8217;Anpac; ben assistita, si intende, dalla Cgil e altri protettori politici. E ancor più certo è che il buon senso avrebbe affrontato e risolto il caso Alitalia da gran tempo. Se, appunto, il buonsenso esistesse ancora. L&#8217;altro caso, dicevo, è quello del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Era inevitabile? No. A mio avviso era evitabile e assolutamente da evitare. E la colpa di chi è? Per Salomone sarebbe stata per metà di Bush e per metà di Putin. Per il grosso degli occidentali è soprattutto di Putin. Per i meno, che mi includono, la colpa è invece soprattutto di Bush e dell&#8217;«ideologismo democratico» che oggi imperversa incorporato nell&#8217;altrettanto imperversante contesto del politicamente corretto.</p>
<p>Sia chiaro: la teoria della democrazia liberale non è, in quanto tale, un&#8217;ideologia, visto che è una teoria che ha funzionato in pratica, che si è realizzata nel mondo reale, mentre le ideologie sono (come le utopie che le hanno precedute) teorie senza pratica che clamorosamente falliscono nell&#8217;attuazione (vedi per tutti l&#8217;Urss), e che sopravvivono come fedi, come un pensiero che nessuno ripensa più, come un ex pensiero fossilizzato. Dunque la teoria della democrazia è una cosa, e l&#8217;ideologismo democratico che è esploso nel &#8216;68 e che ne proviene, è tutt&#8217;altra cosa. La prima ha fatto le democrazie, la seconda semmai le disfa. Ciò premesso, oggi l&#8217;urgenza è di stabilire e ristabilire senza paraocchi ideologici la realtà dei fatti, la realtà della «forza delle cose». E il fatto è che il mondo nel quale stiamo vivendo è il mondo più pericoloso nel quale l&#8217;uomo sia mai vissuto.</p>
<p>In parte perché stanno proliferando armi di distruzione di massa che ci potrebbero sterminare tutti; e in parte perché la dissennata crescita della popolazione (che il buon senso anche a questo effetto avrebbe dovuto impedire) ha innescato una sequela di altre crisi: dell&#8217;acqua che manca, del clima, delle risorse energetiche. E quest&#8217;ultima è la crisi più esplosiva del momento, visto che sta ridisegnando la mappa del potere mondiale tra chi dispone di petrolio e di gas e chi no. Gli Stati Uniti di petrolio ne hanno poco, l&#8217;Europa quasi punto. Invece la Russia ne ha. Ne hanno anche, si sa, il Venezuela, la Nigeria, l&#8217;Iran e alcuni Stati arabi del Medio Oriente; ma sono tutti Stati o traballanti o ostili e infidi. Il buon senso suggerisce, allora, che la Russia di Putin è, per l&#8217;Occidente, un alleato indispensabile. Se Putin venisse indispettito oltre misura, potrebbe chiudere i suoi rubinetti e l&#8217;Europa sarebbe in ginocchio in due mesi, gli Stati Uniti in gravi difficoltà entro sei.</p>
<p>Eppure il presidente Bush sta facendo di tutto per indispettirlo. È lui che per primo ha violato le intese indebitamente consentendo l&#8217;indipendenza del Kosovo; è lui che si propone di avvicinare i suoi missili intercettori ai confini della Russia, è lui che vuole incorporare nella Nato i Paesi dell&#8217;Europa orientale, è infine lui che sotto sotto ha incoraggiato la Georgia a sfidare Putin. Insomma Bush si comporta come se lui fosse il gatto e Putin il topo. L&#8217;acume di Bush mi è sempre sfuggito. Ma quando ho conosciuto Condoleezza Rice in panni accademici, lei era davvero intelligente (a detta di tutti). Pertanto quando una decina di giorni fa ha dichiarato che la crisi del Caucaso lascia la Russia «isolata e irrilevante» sono restato di stucco. Possibile che il potere logori anche l&#8217;intelligenza delle donne? Davvero gli Stati Uniti credono di poter condizionare Putin con rappresaglie finanziarie e bloccandone l&#8217;ingresso nell&#8217;Ocse e nel Wto? Eccezion fatta per il formidabile potere deterrente del suo arsenale atomico, a tutti gli altri effetti gli Stati Uniti sono oramai, al cospetto della Russia (e anche della Cina) una tigre di carta. E questa è la realtà.</p>
<p>Beninteso io rispetto e mi sento anche debitore dello zelo missionario degli americani atteso a promuovere la democrazia nel mondo. Ma sono spaventato da uno zelo missionario che cade in mano a un «ideologismo democratico» di marca Sessantottina che, appunto, stravolge ogni buon senso.</p>
<p>Giovanni Sartori</p></blockquote>
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		<title>Oltre quella porta</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 14:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[E&#8217; incredibile quanto l&#8217;essere umano sappia sempre e comunque adattarsi alle cose&#8230;
Di fronte ad uno spettacolo meraviglioso pensiamo che questo lascerà un segno indelebile nella nostra anima&#8230;
&#8230;ma già al secondo sguardo riusciamo a cogliere solo metà della sua bellezza&#8230;
Allo stesso modo, se qualcuno entra a far parte della nostra vita ci abituiamo subito&#8230;
&#8230;al punto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>E&#8217; incredibile quanto l&#8217;essere umano sappia sempre e comunque adattarsi alle cose&#8230;</p>
<p>Di fronte ad uno spettacolo meraviglioso pensiamo che questo lascerà un segno indelebile nella nostra anima&#8230;<br />
&#8230;ma già al secondo sguardo riusciamo a cogliere solo metà della sua bellezza&#8230;</p>
<p>Allo stesso modo, se qualcuno entra a far parte della nostra vita ci abituiamo subito&#8230;<br />
&#8230;al punto di non accorgerci nemmeno che questa persona è indispensabile&#8230;<br />
fino a quando non rischiamo di perderla&#8230;</p></blockquote>
<p><strong>DD #228</strong></p>
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		<title>Maledetti professori</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 08:45:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ repubblica.it
IL &#8220;PROFESSORE&#8221;, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all&#8217;università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <strong>repubblica.it</strong></p>
<blockquote><p>IL &#8220;PROFESSORE&#8221;, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all&#8217;università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un&#8217;immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a &#8220;modello&#8221; dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E&#8217; almeno da vent&#8217;anni che tira un&#8217;aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.<br />
Siamo nell&#8217;era del &#8220;mito imprenditore&#8221; . Dell&#8217;uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l&#8217;artigiano e il commerciante. L&#8217;immobiliarista. E&#8217; &#8220;l&#8217;Italia che produce&#8221;. Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.</p>
<p>Competenze apprese &#8220;fuori&#8221; da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la scuola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.<br />
Si pensi all&#8217;invettiva contro i &#8220;professori meridionali&#8221; lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato &#8220;suo figlio&#8221; agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).</p>
<p>Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l&#8217;insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.</p>
<p>Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per &#8220;progetto&#8221; - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all&#8217;università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all&#8217;insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D&#8217;altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.</p>
<p>Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.</p>
<p>Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell&#8217;informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare &#8220;opinionista&#8221; anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una &#8220;pupa ignorante&#8221;, un tronista o un &#8220;amico&#8221; palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza &#8220;studenti&#8221;. Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?</p>
<p>Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.</p></blockquote>
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		<title>Frustrazione - le strategie per vivere… bene</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 15:54:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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 Frustrazione significa delusione o disappunto per il mancato    appagamento di un desiderio coltivato, purtroppo, invano. Sono decisamente frustranti    gli ostacoli esterni (… ambiente) o interni (… atteggiamenti, convinzioni, modi    di pensare, ecc.) che impediscono, in qualche modo, l’appagamento delle tensioni    personali verso [...]]]></description>
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<p align="justify"> Frustrazione significa delusione o disappunto per il mancato    appagamento di un desiderio coltivato, purtroppo, invano. Sono decisamente frustranti    gli ostacoli esterni (… ambiente) o interni (… atteggiamenti, convinzioni, modi    di pensare, ecc.) che impediscono, in qualche modo, l’appagamento delle tensioni    personali verso obiettivi coinvolgenti. Ogni giorno siamo colpiti, più o meno    violentemente, da frustrazioni e queste particolari delusioni ci costringono    indubbiamente a crescere, ad aprirci verso nuove conoscenze, a cambiare “rotta”    ai nostri progetti, a orientarci verso nuove mete che fino a quel momento non    erano prese in considerazione e per niente ipotizzate. A volte le frustrazioni    dipendono dal fatto che un obiettivo fissato diventa irraggiungibile; altre    volte la meta verso cui ci spingiamo sembra allontanarsi nel tempo ed è meno    facile poterla conquistare; e, ancora, si viene accusati o attaccati fino a    mettere in grande difficoltà una delle abilità personali indispensabili per    raggiungere l’obiettivo; molto spesso, infine, la frustrazione nasce non da    fattori esterni, ma interni all’individuo. Si determina cioè un conflitto tra    il desiderio di affermarsi, di essere “aggressivi” verso la realtà circostante    e la tendenza ad adattarsi passivamente alla situazione per evitare problemi    e difficoltà. Al di là dell’origine, comunque, quando supera determinati valori    la frustrazione determina uno stato di malessere fisico ed emotivo. Le energie    predisposte per raggiungere la meta prefissata non possono essere infatti utilizzate    per il loro scopo originario e quindi finiscono per scaricarsi sull’individuo,    diventando pericolosi aggressori dell’equilibrio psicofisico (… agendo ovviamente    anche sul sistema immunitario). I conflitti che creano frustrazione nascono    molto spesso nell’ambiente lavorativo, quando ad esempio esistono posizioni    contrastanti a livello gerarchico tra membri del gruppo o tra colleghi. Il modo    di reagire alle frustrazioni dipende dalla personalità dell’individuo, dai condizionamenti    dell’ambiente, dai rapporti interpersonali esistenti, dalla storia culturale    della persona o dal tipo di obiettivo che si stava perseguendo. La reazione    alla frustrazione può essere irrazionale o, magari, decisamente sproporzionata,    altre volte invece risulta equilibrata, creativa e costruttiva. La capacità    di reagire in modo positivo a questo disagio è considerata di solito una qualità    indispensabile per mantenere un adeguato equilibrio emotivo. La reazione può    essere aggressiva e indirizzata verso l’oggetto (… la persona) che ha causato    l’ostacolo che si frappone all’appagamento del proprio desiderio. Ma vi è anche    l’aggressività autodistruttiva, quella cioè che l’individuo rivolge contro se    stesso, perché si considera la causa del fallimento (… si veda ad esempio lo    stato depressivo). A volte il soggetto assume nei confronti dell’aggressore    che ha ostacolato la realizzazione della soddisfazione un atteggiamento premuroso    e zelante, come se temesse il ripetersi di simili situazioni o aspettasse il    momento per vendicarsi (… rimuginare). In altri casi ancora le ripetute frustrazioni    sono all’origine di atteggiamenti maniacali, quali la ricerca esasperata dell’ordine    o la pignoleria, oppure di reazioni infantili quali l’eccesso di paura o di    temerarietà. Imparare a rispondere in modo “adeguato” alle frustrazioni con    cui quotidianamente tutti dobbiamo inevitabilmente fare i conti., è non solo    un segno ovviamente di maturità, ma anche una condizione necessaria per la propria    salute psicofisica. Ecco alcuni suggerimenti utile per fronteggiarlo e contenere    i danni.</p>
<p>• E’ utile, se non indispensabile, cercare strade alternative per raggiungere    obiettivi che possano compensare la delusione subita.<br />
• Imparare ad affrontare l’ostacolo esaminando attentamente esperienze analoghe    o ricorrendo all’aiuto di un amico, di un familiare, di un esperto (… senza    vincolarsi a schemi o modalità di pensiero che non sono propri).<br />
• Sostituire l’obiettivo irraggiungibile, dopo attente valutazioni e riflessioni,    con un altro ritenuto più fattibile e realizzabile. Le energie disponibili in    vista della prima meta possono così essere utilizzate in modo più creativo e    realistico per ottenere risultati utili.</p>
<p align="justify">Quando le ripetute frustrazioni si sommano a ritmi eccessivi nell’attività    lavorativa si innesca facilmente una sindrome, il più delle volte, devastante    ed invalidante (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_da_burnout" title="Burn - Out" target="_blank">… Burn - out</a>). Si tratta di una persona letteralmente“bruciata”,    “fusa”, “scoppiata”. In realtà l’individuo ha esaurito tutte le sue energie    e si trova nella stessa condizione di un atleta che, a seguito di eccessivi    allenamenti, non riesce più a conseguire risultati agonistici apprezzabili.    Questo concetto indica solitamente una risposta a una prolungata condizione    di stress e, solitamente, accompagnata da una profonda insoddisfazione. Tutto    ciò si manifesta facilmente quando, nonostante le energie profuse, i risultati    sperati sembrano “sfuocati”, allontanarsi o, ancora peggio, irraggiungibili.    Tutto ciò (… eccessivo impegno ed eccessiva delusione) si trasforma in un inconfondibile    disagio emotivo che può sfociare in più gravi e drammatici disturbi dell’umore.    Sentimenti di irritabilità, apatia, demotivazione, accompagnati da profonda    stanchezza, sono di solito i “segnali” principali di questa forma di “spegnimento”    (… esaurimento) delle risorse personali. Gettarsi a capofitto nell’attività    lavorativa e poi, in qualche, modo, estraniarsi volutamente dai contatti umani    di tale ambiente; irritarsi ad ogni insignificante imprevisto, ma nello stesso    tempo avere la convinzione di essere un indispensabile punto di riferimento    o, meglio, un perno insostituibile in quel mondo lavorativo; diventare indifferenti,    apatici e poco creativi, produttivi, ma contemporaneamente accusare gli altri    di non essere per niente utili all’azienda(… proiettare sui colleghi il proprio    malessere e la propria insoddisfazione), sono tutti segnali indiscutibili di    un possibile Burn – out. Per evitare di cadere “vittime” di questa drammatica    condizione psicofisica sarà indispensabile impegnarsi in maniera decisa e concreta    nella propria attività, cercare di trarre da essa, il più possibile, profonde    gratificazioni, ma evitare di rendere l’attività lavorativa il solo obiettivo    della propria vita. Per raggiungere e mantenere il giusto equilibrio potranno    essere di grande aiuto dei momenti di riflessione periodica rivolte a chiarire    gli obiettivi che si vuole raggiungere, l’impegno e le energie che questi richiedono    e, non meno importante, il coinvolgimento che comportano anche in termini affettivi.    Avendo chiariti gli obiettivi si potrà comprendere se è stato dato uno spazio    armonico ai vari aspetti della vita: lavorativa, sociale, famigliare e svago.    Se un solo aspetto prevale si dovrà intervenire e distribuire in modo più armonico    l’impegno personale. Se andiamo a “senso unico” (… la nostra esistenza procede    su un unico binario) e in esso insorgono difficoltà, ostacoli gli effetti possono    essere devastanti. Il fenomeno Burn – out può essere facilmente scongiurato    quando nel mondo lavorativo esiste un buon affiatamento e validi rapporti interpersonali    i responsabile del “team” dovranno, inoltre, esplicitare gratificazioni e, soprattutto,    riconoscimenti individuali oltre a concedere una vera autonomia individuale.    E’ utile infine che ogni individuo maturi motivazioni chiare e coinvolgenti.    Simili ambienti lavorativi costituiscono una indubbia e collaudata “protezione”    contro l’esplodere di crisi personali. Più in generale è possibile affermare    che ogni rapporto improntato sull’autostima e la fiducia determina una significativa    prevenzione contro manifestazioni di incomprensioni e di malessere tra i membri    oppure può diventare un processo terapeutico quando la crisi interpersonale    è gia in atto. E’ risaputo che un gruppo di lavoro affiatato e naturalmente    ben motivato oltre ad essere più vivibile dal punto di vista delle risorse umane    è solitamente più efficiente e produttivo. La qualità dei rapporti dipende solo    in piccola parte dalle scelte personali, ma vi sono una serie di comportamenti    individuali che ognuno può attivare e che aiutano a prevenire le conseguenze    delle frustrazioni.<br />
• Migliorare la propria preparazione culturale e professionale (… aggiornamento,    lettura, partecipare a dibattiti, coltivare amicizie, ecc.). Più si aumentano    le capacità nel proprio settore professionale, più sarà facile realizzare con    disinvoltura le incombenze quotidiane e quindi rispondere in modo brillante    alle emergenze senza stress.<br />
• Imparare a perseguire gli obiettivi prefissati con impegno, valutando tutte    le opportunità, considerando tutte le soluzioni possibili, risolvendo i problemi,    prendendo decisioni e assumendosi le proprie responsabilità. La consapevolezza    di aver fatto tutto il possibile renderà più rilassati e tranquilli di fronte    a una eventuale delusione (… fallimento).<br />
• Indispensabile l’atteggiamento assertivo, nel senso di far valere le proprie    ragioni con serenità e diplomazia, ma anche con determinatezza e fermezza. Evitare    quindi sia le sottomissioni servili sia l’aggressività inutile e senza sbocco.    Il comportamento assertivo (… affermarsi con autorevolezza) aiuterà gli interlocutori    a porsi in un atteggiamento di benevolo ascolto. Non si può sicuramente essere    assertivi se non si ha fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Sentendosi    realmente sicuri si riuscirà meglio ad affrontare e controllare l’ansia nei    momenti in cui si devono affrontare rapporti carichi di tensione.<br />
• Essere malleabili, disponibili ai cambiamenti, eventualmente alle nuove soluzioni,    alle opinioni e argomentazioni degli altri quando ovviamente hanno un “contenuto    intelligente” (… senza lasciarsi influenzare… utili però per riflettere e che    permettono di prendere in esame e valutare altre possibilità). La rigidità mentale,    oltre a precludere altre possibilità di “intervento” e quindi mantenere posizioni    di chiusura verso gli altri e se stessi, non può che aumentare le occasioni    di disagio.<br />
Il corpo e la mente è un mondo unico ed indivisibile. Se lo stato d’animo è    alto, aumenta la sicurezza e la fiducia in se stessi, ma anche a livello fisico    si noterò una grande energia, ci si sentirà decisamente bene. Il malessere,    la sofferenza biologica può avere ripercussioni devastanti sull’equilibrio emotivo.    Mantenere pertanto uno stato di benessere psicofisico è una delle condizioni    indispensabili per gestire lo stress in maniera positiva senza gravi danni e    conseguenze debilitanti, e affrontare in modo positivo i più gravi disturbi    legati all’umore. Non esistono ovviamente, soluzioni immediate o ricette magiche    per raggiungere questa condizione di equilibrio, tuttavia avendo la possibilità    di agire e di decidere possiamo scegliere varie strategie che ci permettono    di uscire dal tunnel del malessere. Vediamole:<br />
Obiettivi ed ideali. Per vivere con una certa serenità è necessario avere uno    scopo nella vita. Chi non conosce i propri obiettivi e le proprie mete probabilmente    disperde energie e si trova disorientato. Al contrario chi conosce perfettamente    e ha ben chiaro il proprio cammino riesce a superare più facilmente le difficoltà    incontrare durante il percorso. La chiarezza dell’obiettivo incrementa solitamente    il coraggio necessario per fronteggiare quelle situazioni negative che non è    possibile modificare e che incidono negativamente sul proprio benessere. Con    una certa frequenza è di grande utilità fermarsi a riflettere se gli obiettivi    verso cui ci si muove sono particolarmente chiari, realistici e adeguati alle    aspirazioni personali. Il disorientamento che “spunta” dall’assenza di uno scopo    può essere all’origine di una certa fragilità emotiva.<br />
Creatività. Ci sono varie modalità per interpretare il proprio ruolo sociale.    Alcuni si lasciano condizionare passivamente dalle circostanze altri, invece,    cercano di ottenere sempre il meglio in ogni situazione. Un individuo creativo    manifesta in ogni circostanza le qualità migliori, sicuro di trovare nelle situazioni    sempre qualcosa di attraente, di utile, di curioso, qualcosa insomma per cui    non sia stato inutile affrontare quella esperienza. La realizzazione personale    non si raggiunge solo attraverso i risultati finali ma anche dal modo piacevole    con cui si vivono (… vincono) le tappe intermedie.<br />
Amicizia. Mantenere buone ed adeguate relazioni sociali, disporre cioè di amici    creativi di cui si ha fiducia, è un’altra condizione per la salute emotiva.    Naturalmente la qualità di tutti i rapporti sociali non dipende esclusivamente    da come gli altri ci guardano, ma da come noi “valutiamo” i nostri interlocutori.    Solo dimostrando di essere affidabili si ottiene fiducia; solo manifestando    disponibilità verso gli altri è possibile farsi ascoltare. Un atteggiamento    mentale di apertura nasce interiormente, dall’autostima, dalla fiducia in se    stessi e, soprattutto, dall’accettazione dei propri limiti. E’ necessario individuare    i propri punti di forza e cercare di sfruttarli al meglio per raggiungere un    profondo e stabile benessere. Dobbiamo nel contempo individuare e capire i punti    deboli non per restarne “ancorati”, ma per farvi fronte e, in qualche modo,    superarli con il minor sforzo psicofisico possibile. Comprendere se stessi è    una delle condizioni indispensabili per comunicare spontaneamente con gli altri.<br />
Soluzioni. Ci sono sicuramente vari modi di porsi di fronte alle situazioni    problematiche. Quello più significativo è quello che induce ad impegnarsi subito    a cercare soluzioni, anche se non definitive. Quando si incontra un ostacolo    è inutile farsi bloccare dall’ira, dalla delusione e dal pessimismo. I problemi,    tutto sommato, non sono altro che stimoli i quali sollecitano la psiche a reagire    spingendola all’attività. E’ quindi molto più costruttivo porsi subito alla    ricerca di “strade” alternative. In realtà, ogni volta che superiamo un problema    si rafforza la fiducia in se stessi e cresce indubbiamente il benessere emotivo.    Evitare i problemi ignorandoli, come alcune scuole di pensiero suggeriscono,    significa semplicemente aggravarli. Prendere una posizione, una decisione consente    di superare i disagi psicologici, i dubbi e le incertezze aprendo una fase nuova    in cui investire le energie personali. Considerarsi individui che non abbandonano    il campo conflittuale, ma guarda ad esso come una occasione (… per crescere,    per conoscere) per dimostrare e verificare la propria capacità di trovare soluzioni    è, sicuramente, una carta vincente nella vita.<br />
Ritmo. Quando nel quotidiano domina la frenesia, la fretta e le cose da fare    si accavallano in modo confuso, si “disperdono” molte energie psicofisiche con    conseguenze debilitanti. E’ utile in questi casi dare ordine alle proprie giornate,    facendo una graduatoria delle cose veramente importanti cui dedicarsi con impegno,    abbandonando invece quelle inutili e dispersive, che possono essere delegate    magari ad altri con maggiore tranquillità. La strana convinzione di voler fare    a tutti i costi ogni cosa da soli porta facilmente a esaurire le risorse psicofisiche    personali ed è, ovviamente, una porta aperta per il sovraffaticamento e il malessere    emotivo.</p>
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<p align="justify">   La mente è tutto. Molto spesso non ci sentiamo dotati di un’immaginazione “creativa”,    eppure l’immaginazione è talmente potente da controllare, paradossalmente, il    nostro destino. Se siamo convinti di fallire in qualcosa, probabilmente si fallirà    realmente (… si veda lo studente che pur sapendo, ma ha maturato, per mancanza    di stima, la convinzione di non farcela non riuscirà in effetti a superare l’interrogazione).    Se ci sentiamo brutti, si vivrà in un mondo che si organizza attorno alla nostra    bruttezza. In tutti queste convinzioni (… casi) la realtà è decisamente irrilevante:    il fattore determinante è quello che dice la propria immaginazione, in realtà    è quello che si crede. Chi si sente incapace, affronterà la vita come se l’incapacità    fosse un dato di fatto, e non solo una fantasia. Lavorerà senza fiducia (… senza    motivazione) e inevitabilmente non ispirerà fiducia agli altri. Magari si darà    da fare febbrilmente – modificando inutilmente la chimica e la fisica del suo    corpo - per compensare la sua presunta (… pensata) incapacità, ma non ci riuscirà    mai, perché sta lottando con qualcosa che esiste solo nella sua mente. Non può    vincere. Si sfiancherà fino a sviluppare autentici sintomi psicofisici. Allora    avrà la “conferma (… le prove) di essere condannato all’insuccesso. Noi siamo    legati al nostro “destino” finché siamo legati ai valori che lo determinano.    L’immaginazione può avere effetti molto dannosi su di noi e sulle nostre mete.    Ma può avere anche effetti positivi. Essa può essere usata come forza creativa    e costruttiva e, altrettanto, facilmente, come forza negativa. L’immaginazione    può portare all’infelicità, alla malattia e al fallimento, ma può anche portare    alla felicità, alla salute al successo. Con l’aiuto quindi dell’immaginazione    si possono fare grandi cose. Chi è convinto di riuscire in qualcosa probabilmente    ci riuscirà. Chi si sente bello, vive in un mondo che riflette la sua bellezza.    Dovunque siamo, qualsiasi cosa si stia facendo, usiamo l’immaginazione in senso    fiducioso … non costa nulla… i suoi effetti sull’autostima sono veramente miracolosi.</p>
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<p align="justify"><strong><font face="Arial, Helvetica, sans-serif"><font face="CentSchbook BT">Dottor              C.Bonipozzi</font></font></strong></p>
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		<title>Mancanza di fiducia… scarsa stima</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 15:29:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>spinoweb</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"> Anche se la mancanza di fiducia può sembrare ovvia come ostacolo    nella realizzazione dei vari obiettivi che la vita richiede, la maggior parte    delle persone non se ne rende conto. Esse pensano che un aumento della stima    che hanno di sé stesse sia una strada indiretta e lontana da un processo decisionale    effettivo. Ma se sentirsi anche momentaneamente insicuri del nostro giudizio    può interferire col processo decisionale, una mancanza cronica di fiducia in    se stessi è assolutamente devastante. Una forte ambivalenza derivante da scarsa    stima di sé è ben nota alle persone (… anche se si trovano tutte le giustificazioni    razionali possibili); anzi un’incapacità paralizzante a prendere decisioni è    spesso l’unica evidenza di cui essi hanno bisogno per sapere che hanno a che    fare con un’ambivalenza più grave del comune. Anche se non tutti i casi di ambivalenza    grave sono dovuti direttamente a scarsa stima di sé, esiste almeno un collegamento    diretto. L’indecisione, specialmente se consiste nel saltare da una “scelta”    all’altra, proviene dalla sensazione sottostante e generalmente inconsapevole    (inconscia) che nessuna opzione scelta dalla persona affetta da questa difficoltà    può essere valida, e che perciò bisogna cercarne un’altra. La persona in questione    non si è sottratta, ma neppure può accettare le scelte che ha fatto. Una scarsa    opinione di noi stessi ci fa sentire mediocri perché ci priva del successo e    della fiducia in tutti i settori della vita. Purtroppo, rinunciare alle decisioni    e compiere scelte basate su un’insufficiente stima di sé è la garanzia più sicura    di una maggiore mancanza di autostima. D’altra parte, decisioni rischiose fondate    su una valutazione realistica di sé la fanno aumentare quasi sempre. <strong>Tutte le    volte in cui teniamo alto il nostro morale, tutte le volte in cui facciamo un    esame realistico di noi stessi, mettiamo un freno al processo di demoralizzazione    e di auto disapprovazione, e evitiamo, dove possibile, rapporti con persone    e situazioni che ci umiliano, questo blocco si attenuerà e aiuteremo il processo    decisionale.</strong> Infatti, credo che una valutazione realistica di sé sia così importante    (… indispensabile) e utile ai fini dell’autostima. Inoltre, rischiare di prendere    decisioni, soprattutto quelle che esprimono convinzioni profonde sui nostri    valori e priorità personali, accresce sempre l’autostima, così come costruisce    la consapevolezza dei nostri sentimenti e la possibilità di venire coinvolti    emotivamente. Avere fiducia in se stessi fa una differenza enorme, non solo    nel giungere a una scelta, ma anche nella realizzazione positiva della decisione.    Senza di essa, la convinzione e l’impegno verso una decisione diventano impossibili.    <strong>Dato che noi siamo le nostre decisioni, se non crediamo in noi stessi saremo    disimpegnati nei loro confronti. Ma con l’aiuto della fiducia in se stessi,    che nasce dalla stima di sé, diventa possibile conseguire risultati eccezionali    (… anche se non illimitati).</strong> Se la stima di sé è scarsa e la fiducia in se stessi    mediocre, per sciogliere questo blocco può essere necessario arrivare alle cause    che sono all’origine. Tuttavia, la fiducia in se stessi spesso può essere rafforzata,    non in modo superficiale ma autentico, quando riconosciamo coscientemente di    avere più risorse di quanto possiamo renderci conto. Il guaio, infatti, è che    troppe persone hanno perso il contatto con quello che costituisce “le risorse    umane” o “le risorse personali” (… nel percorso evolutivo si possono incontrano    persone che fanno sentire gli altri incapaci, inadeguati, se non stupidi, perché    semplicemente non ci si vincola ai loro schemi, al loro modo di fare e di pensare).    Molti semplicemente non hanno mai saputo che queste fossero risorse e le hanno    date per scontate. Una sorta di inventario personale può essere utile in questo    caso, anche per le persone che potrebbero trarre vantaggio da un supporto psicologico    per scoprire la causa della scarsa stima di sé. Quello che segue è un breve    elenco di risorse personali. Esse non sono superficiali o banali. Nessuno di    noi possiede tutti questi vantaggi. Ma quelli che abbiamo sono preziosi. Si    tratta di risorse autentiche (… uniche) che sono fonte di forza. In quanto tali,    non dovrebbero in nessun modo essere minimizzate. Al contrario, un elenco personale    costituisce un’arma efficace contro uno dei blocchi al potere decisionale che    più incute timore, e fornisce uno strumento solido e realistico per accrescere    la stima di se stessi, nel presente e nel futuro. Alcune principali risorse    personali: godere di buona salute fisica, forza e vitalità – avere avuto dei    genitori responsabili che si sono occupati dei figli – provenire da una famiglia    vitale e capace di provare sentimenti di gioia – un ambiente familiare che ha    consentito la libera espressione delle emozioni - avere una buona identità sessuale    – avere sensazioni sessuali – funzionare sul piano della produttività – avere    un senso dell’ umorismo – avere buone doti intellettuali – immaginazione e creatività    - parlare con proprietà e chiarezza – fermezza e flessibilità – buona capacità    di giudizio – capacità di avere nuovi interessi – capacità di coinvolgimento    verso persone, attività e cause sociali – apprezzare gli altri – avere scambi    sessuali ed emotivi – essere in grado di affrontare le frustrazioni – tolleranza    all’ansia – la capacità di stare da soli – desideri ed ambizioni – essere in    grado di distinguere la realtà dalla fantasia.</p>
<p><strong><font face="Arial, Helvetica, sans-serif"><font face="CentSchbook BT">Dottor              C.Bonipozzi  </font></font></strong></p>
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