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Generazione web sott’accusa «Stupidi e deconcentrati»

17 June 2008

corriere.it

NEW YORK—«Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter ». Sull’ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa, Nicholas Carr—ex direttore della Harvard Business Review—confessa di temere che la civiltà del «web» stia condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali. Incide sul modo di leggere, di selezionare, di memorizzare. Ma, soprattutto, demolisce la capacità di concentrazione.

Carr deve aver toccato un nervo scoperto perché l’articolo— complice la scelta di farne il servizio di copertina con un titolo scioccante («Is Google making us Stoopid?», «Google ci rende stupidi? ») — ha raccolto molti consensi: «È vero, immersi come siamo nel “multitasking mentale” appena ci sediamo per leggere un documento di qualche pagina o un libro, ci sentiamo a disagio dopo pochi paragrafi. Voltiamo pagina e siamo già pronti per un link», concorda l’intellettuale britannico Andrew Sullivan, un conservatore libertario, anch’egli collaboratore dell’Atlantic. E sui giornali del gruppo Tribune, il premio Pulitzer Leonard Pitts esulta: «Leggo l’Atlantic e scopro di non essere il solo che sta perdendo l’abitudine alla lettura. Ormai riesco a digerire la scrittura solo a piccoli blocchi. Datemi un testo di più pagine e vengo subito assalito dal desiderio incontenibile di controllare la mia posta elettronica. È tutto così dispersivo. Eppure vedo meno tv e sono meno indaffarato di dieci anni fa. Giorni fa mi hanno dato da recensire un libro. Avevo pochissimo tempo per leggerlo. È stata una fatica tremenda. Mi sono imposto di restare per ore su una sedia scomodissima. Ce l’ho fatta, ma alla fine avevo una sensazione di vuoto, di colpa per essermi allontanato per tanto tempo dal mondo».

Carr non è certo un luddista, un nemico del progresso e della tecnologia. È un esperto di comunicazione che scrive libri sulla nuova civiltà digitale (l’ultimo, «The Big Switch: Rewiring the World» è uscito in America pochi mesi fa) ma è anche un attivissimo «blogger». Consapevole di attaccare un totem, Carr ha scelto i toni della riflessione a voce alta. Ha raccontato i suoi dubbi, i colloqui con persone che vivono i suoi stessi disagi. E ha messo le mani avanti: «Sono sensazioni, non pretendo di illustrare una verità scientifica. Del resto anche nel XV secolo Gutenberg fu messo sotto accusa da chi riteneva che la stampa avrebbe avuto un impatto disastroso sulla struttura sociale. Quindi farete bene ad essere scettici del mio scetticismo». Ma la sensazione che la civiltà di Internet stia portando con sé—sul piano culturale— effetti collaterali indesiderati e difficili da monitorare, è sempre più diffusa. Carr non è certo il primo a occuparsene: Google è da tempo sotto tiro per la sua pretesa di organizzare «tutta la conoscenza del mondo» e per la potenza di un motore di ricerca che riesce a memorizzare tutte le risposte date nei dieci anni della sua esistenza.

Il gigante californiano della rete promette che userà questi dati solo per migliorare il servizio reso agli utenti, ma ormai è lui, non più Microsoft, il «grande fratello » dell’immaginario collettivo. Potesse tornare indietro, il cofondatore della società, Sergey Brin, forse eviterebbe battute infelici come quella su un futuro nel quale la gente andrà in giro con un microchip di Google impiantato nel cervello. Del resto i problemi che nascono dalla gestione dell’enorme flusso di informazioni che circolano in rete sta diventando un problema anche per le aziende che sono le assolute protagoniste di Internet. Giorni fa il New York Times raccontava gli incubi di Microsoft, Google, Intel e Ibm alle prese con la bestia che si sono cresciuti in casa: l’enorme flusso di e-mail che riduce la produttività dei dipendenti. La riflessione di Carr sull’alterazione di meccanismi della nostra mente è meno «aneddotica» di quello che può apparire. Carr azzarda un parallelo tra l’impatto del «taylorismo», che un secolo fa parcellizzò i processi industriali rendendoli più rapidi, e quanto accade oggi nel mondo digitale dominato da Google. E, comunque, dietro le sue ipotesi ci sono studi «quantitativi» seri come quello dello University College di Londra, mentre qualche mese fa anche la neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, direttrice del centro per la lettura e il linguaggio della Tufts University di Boston, aveva lanciato un allarme analogo nel saggio «Reading Brain».

Quelli che rinviano, la tribù dei nuovi pigri

17 May 2008

corriere.it

Un lavoro, un esame, persino nozze. Cresce il popolo di chi fa della proroga la prima regola di comportamento

homerMILANO—Quelli che rimandano. L’appuntamento dal commercialista, la visita dal dentista, l’inizio della dieta, la data del matrimonio, la consegna della relazione, la prenotazione delle vacanze, la telefonata alla mamma. I procrastinatori cronici: cresciuti al motto «non far domani ciò che potresti fare dopodomani» (Mark Twain), coccolati da servizi su Internet che ne neutralizzano le capacità propulsive (eBay è il paradiso), ormai soccorsi dai manuali di sopravvivenza (tra i più letti, Getting things done, di David Allen, tradotto in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo Detto, fatto!).

Sono il 20% della popolazione mondiale, anche se il 95% di noi tende a rinviare i propri compiti almeno qualche volta. A loro la rivista online Slate ha dedicato uno speciale dal titolo eloquente: «Procrastination». Raccontando la fenomenologia di un’abitudine stigmatizzata pure da Cicerone in una delle sue Filippiche contro Marco Antonio: «In rebus gerendis tarditas et procrastinatio odiosa est», quando si fa qualcosa è odioso tardare e rinviare. Beatrice Bauer, docente di comportamento organizzativo alla Bocconi di Milano, lo liquida in fretta: «Rimandare è una forma di maleducazione molto tollerata in Italia e che rischia di avere costi notevoli. Banalmente, quando uno rimanda il momento di prenotare un volo aereo, finisce con il trovare le tariffe più alte».

La psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris, invece, tira in ballo «la paura del nuovo, del cambiamento, di perdere qualcosa. O, in certi casi, l’aspettativa che qualcun altro risolva il problema al proprio posto». Ma il sociologo Domenico De Masi rilancia citando la Sindrome di Galois: «Évariste Galois era un matematico prodigio vissuto nella prima metà dell’ 800, già a 16 anni aveva concepito sette teoremi matematici. Si decise a scriverli soltanto la notte prima del duello nel quale morì, ventenne». De Masi è certo: «Nella sindrome di Galois c’è tutto l’atteggiamento creativo: l’arte di procrastinare fino all’ultimo per poi costringere il nostro cervello a un tour de force finale».

Un po’ come fa sempre Enrico Cremonesi, la «colonna sonora » di Fiorello. Racconta: «Quando mi hanno chiesto di fare le musiche per le Paralimpiadi di Torino, nel 2006, il pezzo di apertura l’ho scritto la notte stessa e l’ho mixato allo stadio poco prima che la cerimonia cominciasse. La creatività non è una cosa disciplinabile e io mi sono accorto che rimandare tutto all’ultimo mi procura eccitazione e mi fa venire le idee più in fretta». Perder tempo ha il suo business. Basti pensare a tutti i caffè alla macchinetta o alle sigarette nella saletta fumatori che tengono occupate le pause di un procrastinatore convinto. Più in generale, adesso si è aperto un mercato di programmi, saggi, manuali dedicati a chi non riesce a organizzare il suo tempo. Una delle regole che David Allen insegna nel suo bestseller è quella dei «2 minuti»: «Se fare una cosa ti richiede due minuti, tu falla e basta: due minuti è il tempo che ti servirebbe per rimandarla». Il sito www.procrastinus.com addirittura misura la propensione a procrastinare. Il test richiede 20-25 minuti. Da fare «dopo», evidentemente.

Elvira Serra
17 maggio 2008

Il Codice Gattuso ha 12 comandamenti

5 April 2008

gazzetta.it


“Sono partito da una spiaggia sperduta della Calabria e sono arrivato due volte in cima al mondo”. Parole di uno che ce l’ha fatta e che non è ancora sazio: “Proprio io, Rino, quello che scappava da scuola, quello che a 12 anni andava a vendere il pesce in piazza per comprare il Super Tele ed essere felice…”. Dai tempi duri nel grigiore della Scozia con i Rangers ai trionfi del Milan di Berlusconi e della Nazionale campione del mondo di Marcello Lippi, Gennaro Gattuso si racconta partendo da 12 comandamenti, regole di vita e comportamento, tra il serio e il faceto, tradotte in uno stretto dialetto calabrese. Una vita da mediano senza mai tirarsi indietro soprattutto nelle sfide più difficili con l’umiltà e la dedizione. ‘Il Codice Gattuso sembra rivolgersi a quei giovani (”A tutti quelli che si rivedono in me, perchè io sono uno di loro”, recita la dedica del libro) che sognano di realizzare i loro obiettivi e alla fine, grazie più alla forza di volontà e all’impegno vero piuttosto che a virtù e qualità innate, riescono ad arrivare fino in fondo. E nella prima delle 12 regole di Gennaro Ivan c’è tutta la filosofia di Ringhio, come lo chiamano con affetto i tifosi della curva rossonera: “L’allenamento nun se sarta, nemmen se c’è un terremot” (l’allenamento non si salta nemmeno se c’è un terremoto).

UNA VITA DA MEDIANO - “Oggi posso dire di essere due volte campione del mondo - racconta il giocatore rossonero nato a Corigliano Calabro 30 anni fa -, prima con l’Italia e poi con il Milan, le squadre per cui faccio il tifo. La vita è proprio strana: non sai mai quali sorprese ti può riservare. E a volte, come è capitato a me, anche i sogni più assurdi si possono realizzare: lavorando, sudando, imprecando se necessario. Se non hai un sogno, una meta, un obiettivo, sei fregato, cornuto e mazziato. Ma se invece ti poni uno scopo, da conquistare con l’anima e le unghie, allora tutto diventa più bello. E se hai la bravura, o la fortuna, di raggiungerlo, la soddisfazione è impagabile. Anche se poi è necessario porsi immediatamente un altro traguardo. Chi si ferma è perduto. A maggior ragione se uno nella vita ha scritto “mediano” sotto la voce “professione” della carta d’identità. Non sono ammesse pause nel mio ruolo, perchè appena pensi di aver scalato la montagna c’è subito un altro ostacolo, un altro intoppo. E allora via, pedalare. Anche quando la salita sembra impossibile”. Da Mastro Totonno a Carlo Ancelotti in campo con la grinta di sempre. Gattuso nella prima parte del libro ricorda con affetto il suo primo allenatore. “Mastro Totonno non era quello che si dice un genio della tattica. Anzi per essere onesti, pur con tutto il bene che gli voglio, di calcio ne capiva proprio poco. Però gli devo riconoscere un merito indiscutibile nella mia formazione sportiva: mi ha insegnato che nel calcio, come nella vita, la soluzione giusta è quasi sempre la più semplice. E, a tutt’oggi, credo che quello sia stato il consiglio più importante che abbia ricevuto”.

Il Codice Gattuso-Le dodici regole di Gennaro Ivan Gattuso. Rizzoli. Pagine 135, € 15,00

POZZECCO GIANMARCO: IL BASKET, LA VITA, GLI AMORI

3 April 2008

L’Italia della realtà e quella della tv

30 March 2008

repubblica.it

di WALTER VELTRONI

CARO direttore, vedere l’Italia. Candidarsi a guidare un Paese implicava per me quest’obbligo e questa grande curiosità. Vedere l’Italia fa bene. Fa bene uscire dal racconto che la televisione ci regala ogni giorno e sul quale - ne ho raggiunto ormai la piena consapevolezza - tutto il dibattito pubblico si è riferito in maniera ossessiva e facile negli ultimi anni. Anche la politica.

Ho visitato più di ottanta province e alla fine del mio viaggio le avrò viste tutte. In Italia, l’Italia della televisione non c’è. C’è un Paese diverso. Un altro programma, migliore. I modelli, i valori, le parole, il linguaggio, non sono quelli che si ascoltano seduti sul divano di casa. La televisione non racconta e non rappresenta con verità quello che siamo.

È un mondo a parte ormai. Fatto di avatar che magari parlano anche italiano, ma che si muovono e interagiscono tra di loro in maniera totalmente innaturale. Reality e realtà non sono la stessa cosa, anzi spesso sono l’opposto. Persino l’innaturale bianco e nero della vecchia tv era più colorato e realistico dei nostri modernissimi e piatti - in tutti sensi - schermi al plasma. Ho cercato, da ministro delle attività culturali e da sindaco di Roma, di praticare un’idea semplice, persino ovvia. La cultura è l’unicità italiana. E la sua irripetibilità è una delle nostre più grandi ricchezze.

Le attività culturali fanno crescere bene i giovani, offrono loro occasioni belle di incontro, ne esaltano la creatività, li avvicinano alle grandi questioni del loro tempo e del futuro. Non dimentichiamoci che l’arte mette in scena il patrimonio delle nostre esperienze vitali, e rivela i nuovi e ancora segreti bisogni degli uomini. La cultura serve alla politica più di quanto la politica serve alla cultura. Nella spinta verso il cambiamento non si può fare a meno di spalancare spazi alle nuove idee, alle nuove arti, all’espressione della nostra contemporaneità, alle ragazze e ai ragazzi curiosi del mondo, e che vogliono raccontarsi con ogni forma di comunicazione.

Non va dimenticato che l’Italia è il regno dell’arte e della bellezza, splende di una cultura antica e nobilissima. Là dove i doni della storia, gli oggetti testamentari dei nostri antenati sono lasciati da parte o poco valorizzati, lo Stato ha il dovere di riportare vita. Gli stranieri che vengono da noi a bearsi delle antiche virtù italiane, devono guardare al nostro presente con lo stesso rispetto e ammirazione. Bisogna lavorare affinché alla cultura, proprio perché testimone vivente della nostra ricchezza artistica, non si faccia la carità, non sia un costo oneroso, ma una risorsa importante, un’opportunità di lavoro e una fonte di orgoglio e benessere per tutti i cittadini, persino una parte di quella strategia di crescita del Pil che è la mia priorità.

Attualmente i vari comparti della cultura e dell’arte, dal cinema alla musica, ai concerti, alla danza, agli spettacoli dal vivo, eccetera non possono agire con scioltezza e velocità perché sono incagliati nelle more di una burocrazia complicata, contraddittoria, farraginosa e frustrante. Molto si può risparmiare, ad esempio, semplificando la vita dei luoghi e delle imprese culturali, liberandoli dai piccoli e grandi ricatti amministrativi. Si dovrà agire affinché il pubblico dei musei, degli spettacoli e i lettori di libri tornino centrali nella politica delle istituzioni culturali, com’è avvenuto all’Auditorium di Roma, fiore all’occhiello della città e del paese.

Solo in questo modo si potrà puntare a una reale produttività della cultura. Così come bisognerà stabilire al più presto i profili professionali di chi vi lavora, affrancandoli da una insopportabile condizione precaria. E anche nell’ambito dei diritti d’autore i democratici vogliono affrontare la materia, considerando l’artista e il creativo lavoratori a tutti gli effetti, con i loro doveri e i loro diritti. E questo perché senza la loro opera non esisterebbero né arte né cultura.

In armonia con le politiche europee, l’Italia deve pensare a difendere e a costruire per il futuro la sua specifica identità. E se è vero che il processo di globalizzazione tende a farci tutti uguali, a valorizzare i grandi numeri e ad abbandonare a se stessi i piccoli (dove spesso c’è il meglio), è anche vero che offre opportunità nuove, che richiedono da parte nostra coraggio, apertura mentale, prontezza creativa e imprenditoriale. Al contrario di ciò che si pensa, il villaggio globale non ha un solo, megagalattico mercato, ma tanti banchi capaci di soddisfare i gusti più lontani e più diversi.

Certo, noi tutti, anche individualmente, sentiamo la necessità di custodire la nostra singolarità, la nostra unicità, la nostra personalità. La scuola, in proposito, non dovrebbe rendere i ragazzi tutti uguali, ma agire affinché emergano le differenze. La globalizzazione non è un mostro ringhiante, e anche se lo fosse sarebbe vile e sciocco non domarlo. La cultura è fondamentale proprio perché protegge l’integrità etica e spirituale degli esseri umani.

Diceva André Malraux che la cultura è ciò che ha fatto dell’uomo qualcosa di diverso da un accidente del cosmo. Soltanto con una visione ampia, non corporativa della cultura, si è più efficienti e si possono aprire spazi al nuovo, anche sul piano creativo. La coscienza di lavorare tutti per il medesimo scopo, al servizio non solo di noi stessi, ma della comunità e dei nostri figli, è una qualità intrinseca, necessaria a ogni civiltà evoluta.

Oggi “l’impresa” culturale ha urgente bisogno di sveltezza e semplificazione burocratica, di leggi non conflittuali e di un’accorta politica di defiscalizzazione. L’obiettivo è tenere la cultura il più lontano possibile dalle ingerenze dei partiti. E la politica deve sapere che la ricchezza di un paese non si misura soltanto dal Pil. Si può essere desolatamente poveri anche con le tasche piene di soldi. C’è stato qualcuno, nel passato, che quando veniva minacciato dalla spada, rispondeva con l’arma dell’arte. Come dire che con la bellezza si possono anche vincere le guerre. Anzi, non farle proprio.

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