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Intervista ad ADAM NEVILLE - Calcestruzzo e Italia

10 March 2009
Il Prof. Adam Neville, cui abbiamo dedicato la copertina di Enco Journal di questo numero, è sicuramente uno dei personaggi-chiave nella diffusione della cultura della Scienza e della Tecnologia del calcestruzzo.
L’obiettivo della nostra intervista era quello di accertare quanto certe situazioni presenti nel nostro Paese (si legga per esempio L’Editoriale di questo numero: “Chi controlla il controllore?”) trovino riscontro anche in altri Paesi.
COLLEPARDI: Prof. Neville, non ritiene che negli ultimi 30 anni la ricerca sul calcestruzzo abbia conseguito un considerevole progresso nelle sue proprietà rispetto a quele dello stesso materiale nella prima metà del secolo scorso?NEVILLE: Prima di rispondere alle sue domande, desidero dire che trovo divertente essere il soggetto di un’intervista da parte di Enco Journal. Essere intervistato da una persona così bene conosciuta come il Professor Mario Collepardi è, naturalmente, un onore. Da parte sua, egli mi lusinga quando, nell’ultimo numero di Enco Journal, parla di me dicendo: “Adam Neville, forse il massimo esperto mondiale nel settore del calcestruzzo”.
Mi fa anche piacere rinnovare i miei contatti con l’Italia, un paese dove ho speso, sebbene non per mia scelta, due anni e mezzo della mia vita. Ciò è dovuto al fatto che ho partecipato alla campagna militare in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Sbarcai a Taranto con il Secondo Corpo Polacco, come parte dell’Ottava Armata Britannica, nel Gennaio del 1944. Da lì risalimmo, spesso molto lentamente, lungo la costa Adriatica per deviare poi ad Ovest dove ci aspettava la battaglia di Monte Cassino, ed arrivare infine al fiume Po. Nell’attesa della smobilitazione, mi sono iscritto al primo anno di Ingegneria al Regio Politecnico di Torino; sono molto orgoglioso di dire che superai (in italiano) tutti gli esami e con buoni voti. Questo fu il mio primo gradino del percorso universitario in Ingegneria, e l’ho superato in Italia!COLLEPARDI: Quante coincidenze, Professor Neville! Io sono nato in un paesino (Ausonia) vicino a Cassino, e mentre Lei combatteva a Monte Cassino con le truppe alleate, io - bambino di 5 anni - mi trovavo nelle retrovie tedesche a pochi chilometri da Cassino dove mio padre era ricercato dai Tedeschi per aver aiutato la comunità ebraica locale a fuggire. Più tardi ho studiato a Cassino, ancora ridotta in un cumulo di macerie. Ma torniamo alla mia domanda.

NEVILLE: Certo, torniamo alla sua domanda. Sono d’accordo che negli ultimi 30 anni c’è stato un progresso nella ricerca sul calcestruzzo rispetto a quello prodotto nelle prima metà del XX secolo.

COLLEPARDI: Ed allora perché i progettisti hanno trascurato questo progresso?

NEVILLE: Perché nella ricerca, o anche dello sviluppo universitario, c’è un cammino lungo per arrivare alle applicazioni pratiche nella effettiva realizzazione delle strutture. Pertanto, se i progettisti hanno trascurato questo progresso potenziale è perché non è stato loro offerta un’evidenza convincente che c’era qualcosa nelle nuove conoscenze sul calcestruzzo da cui trarre profitto.

COLLEPARDI: E da cosa dipende questa situazione?

NEVILLE: La situazione non è poi molto diversa da quella degli altri settori. Prendiamo, per esempio, il settore dell’elettronica: sono i produttori che informano i potenziali utenti sui migliori, e spesso anche più piccoli, congegni elettronici. Qualcuno potrebbe dire che questo approccio - persuadere la gente che c’è qualcosa di meglio, o supposta essere meglio - è pubblicità. Perché i ricercatori universitari non sono altrettanto “estroversi”? Naturalmente i migliori lo sono, ma quegli accademici che non hanno alcuna esperienza nella progettazione o nella costruzione, non hanno alcuna possibilità di accedere alla comunità dei professionisti, dei costruttori, e dei produttori di materiali. Non sono neppure in grado di conoscere ciò che potrebbe loro interessare. Talvolta, le ricerche universitarie cercano di rispondere a domande che nessuno desidera porre.
Detto questo, occorre riconoscere il progresso conseguito attraverso l’impiego di vari materiali cementizi come la cenere volante e altre pozzolane, il fumo di silice, ed una vasta gamma di additivi in continuo miglioramento, con i superfluidificanti in testa. E i superfluidificanti non furono inventati dagli universitari, ma è stato Pierre-Claude Aïtcin, un professore in Canada, che ha risolto l’importante problema della compatibilità tra superfluidificante e cementi. Per quanto riguarda le pozzolane, non vorrei discuterne in una rivista italiana: sarebbe di pessimo gusto, come discutere del dogma cattolico in Vaticano!

COLLEPARDI: Cosa potrebbe favorire il cosiddetto trasferimento tecnologico dalla ricerca universitaria alla pratica applicativa?

NEVILLE: Le università dovrebbero utilizzare molto di più i professionisti ingegneri nei Dipartimenti di Ingegneria civile e strutturale. Le persone che coniugano l’attività universitaria con la pratica professionale nel settore delle costruzioni sono particolarmente utili nel trasferimento tecnologico. Non tutti lo fanno o vogliono farlo, ma io ho incontrato alcuni di questi in Italia, in Germania, nel Regno Unito, e negli Stati Uniti. Ce ne vorrebbero molti di più.

COLLEPARDI: Professor Neville, Lei ha maturato una profonda esperienza nella università Nord Americane ed Europee. Ha riscontrato qualche differenza nell’insegnamento e nell’apprendimento del calcestruzzo tra le Facoltà di Ingegneria Civile dei due continenti?

NEVILLE: Non sono in grado di commentare in generale la situazione delle università in Europa, e credo che ci siano significative differenze da un paese all’altro, sebbene io ritengo che stiano convergendo verso una situazione comune. Nel Nord-America, nelle università si insegna sempre meno il calcestruzzo come materiale, e sempre più l’uso del computer nella analisi strutturali. Sebbene io sia un co-autore di un libro sulle analisi strutturali (insieme ad Amin Ghali dell’Università di Calgary in Canada), io deploro questo grosso mutamento verso l’analisi di strutture costruite con un materiale le cui proprietà sono sconosciute allo strutturista.

COLLEPARDI: Non pensa che sarebbe meglio uniformare la conoscenza del calcestruzzo almeno in Europa?

NEVILLE: Le norme ed i codici si stanno sviluppando su base Europea. Il mio libro, Properties of Concrete è stato tradotto in 13 lingue, incluso l’Italiano, e sono sicuro che viene letto in Inglese in molti altri paesi. Tutto ciò dovrebbe favorire la convergenza verso un’unica situazione, e penso che questo sia una buona cosa. Se non altro, questa convergenza dovrebbe ridurre nell’Unione Europea le barriere al commercio.

COLLEPARDI: Cosa pensa del modo di prescrivere le proprietà del calcestruzzo da parte di Architetti e Ingegneri?

NEVILLE: Questo è un argomento molto vasto. Mi sono trovato, in molti casi, prescrizioni sul calcestruzzo che erano tra loro incompatibili. Troppo spesso la prescrizione è preparata da qualcuno che non è ingegnere, ed il metodo usato si basa sull’incollaggio di sezioni da specifiche di lavori precedenti. Mi sono imbattuto in un caso, in Estremo Oriente, dove la specifica conteneva delle clausole sulla produzione del calcestruzzo in climi freddi e sulla protezione del getto dal gelo; nel processo di taglia-e-cuci qualcuno si era dimenticato di eliminare la sezione “fredda”.
La situazione sta migliorando nel senso che si stanno sviluppando alcune generiche specifiche globali. Ma v’è sempre il pericolo di conflitto tra la necessità, per esempio, di assicurare la resistenza alla penetrazione dei cloruri e quella di prevenire un eccessivo aumento della temperatura. Insomma, chi scrive le specifiche del calcestruzzo deve possedere un alto livello di conoscenza su questo materiale.

COLLEPARDI: Cosa pensa sul modo di costruire le strutture in calcestruzzo armato da parte delle imprese?

NEVILLE: Le imprese con una lunga esperienza sono molto competenti. Tuttavia, è necessaria un’adeguata supervisione del progettista, o di qualcuno per conto del proprietario: la natura umana raramente include la disciplina della perfezione se questa richiede più impegno o più spese da parte dell’impresa.

Il libretto di Adam Neville con gli esami del
Politecnico di Torino

Un problema che ho incontrato è che il capitolato e le specifiche sono formulati in modo tale che, dopo aver vinto una gara d’appalto con un certo prezzo, l’impresa può richiedere dei costi addizionali per tutta una serie di ragioni. Pertanto, molti grandi progetti non vengono terminati secondo il costo preventivato e neppure in accordo ai tempi previsti. Tutto questo ha portato ad una cattiva reputazione di alcune imprese.

COLLEPARDI: Non ritiene che il lavoro sui cantieri sia tra i più usuranti e scomodi?

NEVILLE: Sono d’accordo che il lavoro in un cantiere sia più duro che in una fabbrica. Gli operai edili si devono muovere da un cantiere all’altro, talvolta da un paese all’altro, mentre gli operai dell’industria lavorano in un luogo fisso. Questi ultimi non sono esposti alle variazioni del tempo, sono protetti ed al caldo, hanno una buona mensa, e difficilmente sono coinvolti da problemi inattesi.

COLLEPARDI: Non sarebbe forse il caso di offrire un salario più allettante agli operai edili rispetto a quello dei lavoratori delle industrie?

NEVILLE: Trovo che sia troppo semplicistico trasformare circostanze sfavorevoli di un lavoro in una paga più alta: forse un medico specializzato in malattie del retto dovrebbe essere pagato più di un oculista? Una gran parte degli operai edili, certamente quelli addetti alle costruzioni in calcestruzzo, non sono molto esperti. La paga relativamente bassa non attrae persone esperte, capaci ed istruite. Un possibile rimedio è quello di richiedere una formazione ed un aggiornamento del personale addetto alle operazioni che riguardano le costruzioni in calcestruzzo. Devo ammettere, però, che questa gente dovrebbe anche essere pagata di più; ed un salario più alto dovrebbe attrarre personale migliore. In passato ho sostenuto che nei capitolati si dovrebbe richiedere che l’impresa abbi sul cantiere un certo numero di persone addestrate e competenti nel calcestruzzo, Naturalmente, il proprietario deve essere preparato a pagare per questo. Come ritorno, avremmo strutture migliori e più durabili.

Adam Neville a Venezia alla fine della guerra in attesa della smobilitazione.

COLLEPARDI: Come è possibile muoversi in questa direzione?

NEVILLE: Io spero molto che ci muoveremo, e penso che occorrano clausole obbligatorie, nel capitolato o nelle regole delle costruzioni, per arrivare ad una migliore forza lavoro. E’ certamente possibile raggiungere questo obiettivo abbastanza rapidamente, e questo non richiede che si faccia alcuna ricerca nell’università.

enco-journal.com

Intervista a Giovanni di Gregorio

1 March 2009

Ciao Giovanni, presentati ai nostri lettori, dicci chi sei e come sei arrivato al fumetto e, soprattutto, alla Bonelli?

Tutto iniziò con un breve corso tenuto da Gianni Allegra, cuore storico del fumetto palermitano, a quei tempi mi stavo laureando in chimica. Per un po’ feci il disegnatore, pubblicando vignette e storie brevi su riviste e quotidiani. Poi ci pensò il mio amico Sergio Algozzino, che stava raccogliendo intorno a sé gente per la rivista “Piccoli Brividi” della Panini, a insegnarmi i primi rudimenti di sceneggiatura.
Ci avevo preso gusto. Mandai dei soggetti di prova per Dampyr, di cui mi aveva affascinato il modo crudo con cui affrontava alcune tematiche. Il quarto tentativo andò bene, iniziavo la mia prima storia Bonelli. Dopo qualche mese entravo nello staff di Monster Allergy (Red Whale / Disney), che considero la migliore serie umoristica degli ultimi anni. Poi arrivò Dylan, e divenni sceneggiatore a tempo pieno.

E la laurea?

L’aria che si respirava all’università era per me diventata irrespirabile. Dopo aver lavorato e vissuto un paio d’anni in giro per l’Europa, quell’approssimazione e quella cialtroneria - per non dire altro - che vi scorgevo mi stavano strette. Finito il dottorato, decisi di lasciare la chimica per il fumetto: quanto a professionalità e serietà, resta un’esperienza nettamente superiore a quella universitaria.

Un cervello in fuga dal mondo universitario ha trovato un lido italiano nei fumetti, prendiamolo come il segno del fatto che il fumetto è cultura!

Prendiamolo piuttosto come il segno che il mondo universitario NON è cultura. Non sempre, per lo meno.
Quanto ai fumetti, si tratta di cultura a patto – ovviamente – che ci sia qualità. Condizione che vale d’altronde per la musica e la poesia, il cinema e la letteratura, o qualunque altro prodotto artistico. Il fumetto, popolare o autoriale, è un mezzo d’espressione potente e versatile, che può esprimere una gamma vasta di argomenti e toccare vette altissime. Lo dimostrano le opere di Spiegelmann, della Satrapi, di Stassen o del nostro Gipi, così come il Dylan Dog di Sclavi o il Ken Parker di Berardi. Oppure, sul versante non realistico, autori come Watterson, Quino e Altan.

In Italia però il fumetto è percepito più che altro come forma di intrattenimento.

Ed è un peccato, perché questo è riduttivo delle sua potenzialità. Fermo restando – sia chiaro – che fare un buon intrattenimento è importantissimo (e difficilissimo), molto più di quanto si creda: basti osservare i danni del cattivo intrattenimento.
In altri paesi, penso alla Francia e al Belgio, non viene fatta alcuna distinzione tra fumetto e letteratura. Lo splendido “Appunti per una storia di guerra” di Gipi l’anno scorso è stato eletto dalla prestigiosa rivista francese “Lire” come uno dei venti libri più belli dell’anno. Libri.

Tra Piccoli Brividi e Dampyr non c’è stata nessun’altra esperienza? E’ stata quella la tua prima scelta?

Sì, e penso che sia stata un’ottima scelta!

Dylan Dog e Dampyr sono due serie dai toni horror e vieni da Piccoli Brividi, sei uno sceneggiatore horror?

No, tutt’altro. Non è la componente horror che mi ha avvicinato a Dampyr, quanto il rigore quasi documentaristico di certi episodi storici, o degli scenari “geopolitici” in cui il nostro ammazzavampiri si muove. Amo le avventure di fiction che vengono ritagliate dentro una cornice storica o geografica ben precisa. In nome di questa maggiore aderenza alla realtà, c’è anche la possibilità di allentare un poco le maglie del “politically correct”, che è cosa buona e giusta.
In Dylan Dog l’orrore ha una valenza molto ampia, come i lettori sanno meglio di me. E poi Dylan è un personaggio così forte che si presta a registri diversi senza esserne snaturato. Puoi giocare con la struttura narrativa, facendo perdere il lettore nei labirinti della storia (come in “Dopo mezzanotte” o in “Memorie dall’invisibile”, di Sclavi) o prenderlo per lo stomaco e sprofondarlo in abissi di angoscia (come fa la Barbato). È un privilegio poter lavorare su un personaggio del genere.

Ti vedremo al lavoro su temi diversi? Su quali altri personaggi ti piacerebbe lavorare?

Più che di personaggi parlerei di storie. Mi piace scrivere (e leggere, non solo a fumetti) i reportage, le biografie, i racconti che frugano tra le pieghe della Storia o della Vita per portarne alla luce i personaggi minori o le semplici comparse. Quelli che hanno una vena sotterranea di denuncia, testimonianza o riflessione. I miei Dampyr risentono di questo mio pallino, almeno finora. E anche un paio dei Dylan Dog che ho scritto, il tutto adattato naturalmente al mo(n)do dylaniato.

La Bonelli ha appena lanciato le miniserie e a breve i “Romanzi a Fumetti”, pensi che le tue storie potrebbero adattarsi meglio ad uno di questi formati piuttosto che ad uno dei personaggi seriali bonelliani?

Le miniserie sono ideate e scritte tutte da un unico sceneggiatore, di chiara fama e provata professionalità, quindi non mi pongo nemmeno il problema. Quanto ai “Romanzi a Fumetti”, è esattamente quello che mancava in Italia, daranno una ventata d’aria nuova al mercato. Un racconto che si conclude in poche centinaia di tavole offre enormi possibilità di narrazione: è un meraviglioso territorio vergine in cui muoversi con lo spirito di un pioniere, dando spazio a storie e universi personali che in una serie verrebbero necessariamente sacrificati. È il formato del fumetto francese, tanto per capirci, ed è a causa della mancanza di uno spazio simile che tanti dei nostri talenti sono emigrati oltralpe. Certo, mi piacerebbe potermi cimentare in formati più liberi come questi. Per il momento mi faccio le ossa sulle classiche 94 pagine Bonelli, poi si vedrà.

In ogni caso come giudichi la prima esperienza di miniserie, Brad Barron, e la neonata Demian, pensi che questa potrebbe essere una soluzione vincente per il mercato?

Gran bella idea, le miniserie. Il numero ridotto di episodi garantisce una qualità sempre alta: né il disegnatore né lo sceneggiatore hanno il tempo di stancarsi o assuefarsi ai nuovi personaggi. E poi, vedi sopra, una miniserie permette di sperimentare cose che in una serie virtualmente illimitata sono proibite: fare morire dei comprimari, tanto per dirne una, o sconvolgere profondamente il mondo in cui agiscono i nostri eroi. Quanto al mercato, è ovviamente più facile incatenare il lettore per diciotto albi.

Tra i bonellidi invece con quale serie pensi che potresti fare un buon lavoro?

Non li conosco sufficientemente bene da farmene un’idea precisa. Però è interessante e coraggioso il progetto de “L’insonne” (Desdy Metus), di utilizzare scenari italiani per ambientarvi delle storie di mistero.

Ambientare le storie in Italia è il pallino di diversi sceneggiatori, anche in Bonelli. Tu stai lavorando a qualcosa del genere per Dampyr o Dylan Dog? D’altronde entrambi sono stati in Italia in passato…

Mi piacerebbe fare venire Harlan a Palermo, sto cercando l’idea giusta in mezzo alle tante che ho segnate su un foglio un po’ di tempo fa. La prossima storia che proporrò a Boselli magari sarà proprio questa. Dylan invece è molto più restio a lasciare casa sua, e le trasferte fuori dall’Inghilterra rimangono delle eccezioni.


Perchè pensi che sia così difficile fare accettare l’idea che le avventure si svolgano in Italia?

Perché siamo stati cresciuto a film made in USA, e adesso ci sembra che una storia non sia credibile se i protagonisti non si chiamano Jack o Donovan? Perché storicamente il fumetto seriale italiano è nato con una forte componente avventurosa, e l’avventura – si sa – è più avventura se si svolge in luoghi esotici e lontani? Non saprei.
Personalmente ritengo un grosso limite il fatto che il fumetto, sia esso d’evasione o “impegnato”, non racconti ciò che ci circonda. Eppure esistono degli esempi di ottimi fumetti ambientati in Italia. Penso al commissario Spada di Gonano/De Luca o a “Milano Criminale” di Cajelli/Guerreri, passando per le indimenticabili storie bolognesi di Pazienza. Recentemente è nata una piccola ma pregevole casa editrice, Beccogiallo, che ha deciso di specializzarsi in cronaca a fumetti. Tra gli argomenti pubblicati ci sono la strage di Bologna, il terremoto del Friuli del ‘78, il caso Unabomber e il delitto Pasolini, tanto per fare un esempio. Un altro modo di parlare dell’Italia.

A quali altri progetti stai lavorando fuori dall’ambito Bonelli?
Proprio per Beccogiallo ho tradotto e curato “Garduno, in tempo di pace – Resistere alla globalizzazione” del francese Philippe Squarzoni. È un rigoroso e appassionato saggio a fumetti sulla globalizzazione che uscirà in libreria a fine giugno e che consiglio caldamente. Sempre per Beccogiallo, in autunno sarà pubblicato “Brancaccio”, disegnato dall’ottimo Claudio Stassi, in cui racconto la mafia vissuta (assorbita) quotidianamente in uno dei quartieri più degradati di Palermo. Una storia di mafia senza proiettili, coppole o volanti della polizia che sgommano a sirene spiegate. Tanto più terribile quanto più ordinaria. Cambiamo genere: per la Pavesio è prevista in autunno, contemporaneamente in Italia e in Francia, l’uscita di “Last Travel Inc.”, fantascienza grottesca e sopra le righe. Il disegnatore è Marco Hasmann, un talentuoso esordiente. Per la Francia ho poi altri lavori miei, ancora in via di definizione. Last but not least, sto collaborando con la Red Whale, quelli di Monster Allergy, per un nuovo progetto. In cantiere ci sarebbe poi anche la sceneggiatura di un lungometraggio animato, ma qui i tempi di approvazione ed eventualmente di realizzazione sono biblici.

ayaaaak.net

Un’ultima cosa: segui mai le discussioni dei lettori su Internet? Hai un tuo spazio nella rete da cui essere raggiunto o pensi di crearne uno in futuro?

Io amo Internet, ma in genere lo frequento poco: anni fa mi sono disintossicato e cerco di mantenermi pulito. Passo anche troppo tempo davanti allo schermo di un computer (il lato poco sano di questo mestiere), ci manca solo il sito o il blog da aggiornare! Controllo la posta, leggo le notizie, cerco le informazioni che mi servono ed è tutto. Ah, e naturalmente vado su Ayaaaak tutti i giorni. ;-)

Non poteva esserci scempio più atroce

8 February 2009

repubblica.it - Eugenio Scalfari

IL CASO ENGLARO appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all’evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l’attuazione.

Ma il caso Englaro è stato derubricato l’altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita.

Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori.
Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che “al di là dell’obbligo morale di salvare una vita” egli sente “il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi”.

Gli strumenti necessari per realizzare quest’obiettivo indispensabile sono “la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia”; ma poiché l’attuale Costituzione semina di ostacoli l’uso sistematico di tali strumenti, lui “chiederà al popolo di cambiare la Costituzione”.

La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima.
Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l’occasione che cercava.

Un’occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull’appello alle pulsioni elementari e all’emotività plebiscitaria.

Qui c’è la difesa di una vita, la commozione, il pianto delle suore, l’anatema dei vescovi e dei cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una parte. E dall’altra i “volontari della morte”, i medici disumani che staccano il sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione.

Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all’odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita.

Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta.

Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l’altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante.

Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada.

Ci sono altri due obiettivi che l’uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare.
Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d’aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto.

Dopo tanto parlare di provvedimenti efficaci, il governo ha mobilitato 2 miliardi da aggiungere ai 5 di qualche settimana fa. In tutto mezzo punto di Pil, una cifra ridicola di fronte ad una recessione che sta falciando le imprese, l’occupazione, il reddito, mentre aumentano la pressione fiscale, il deficit e il debito pubblico. Di fronte ad un’economia sempre più ansimante, oscurare mediaticamente per qualche giorno l’attenzione del pubblico depistandola verso quanto accade dietro il portone della clinica “La Quiete” dà un po’ di respiro ad un governo che naviga a vista.

Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire “con cattiveria”.

Il Vaticano si oppone a quella “cattiveria” ma ciò che realmente gli sta a cuore è mantenere ed estendere il suo controllo sui temi della vita e della morte riaffermando la superiorità della legge naturale e divina sulle leggi dello Stato con tutto ciò che ne consegue. Le parole della gerarchia, che non ha lesinato i complimenti al governo ed ha platealmente manifestato delusione e disapprovazione nei confronti del capo dello Stato ricordano più i rapporti di protettorato che quelli tra due entità sovrane e indipendenti nelle proprie sfere di competenza. Anche su questo terreno è in atto una controriforma che ci porterà lontani dall’Occidente multiculturale e democratico.

Nel suo articolo di ieri, che condivido fin nelle virgole, Ezio Mauro ravvisa tonalità bonapartiste nella visione politica del berlusconismo. Ha ragione, quelle somiglianze ci sono per quanto riguarda la pulsione dittatoriale, con le debite differenze tra i personaggi e il loro spessore storico.

Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l’instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali.

Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del ‘22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: “Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”.

Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent’anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra.
In quel passaggio del 3 gennaio ‘25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.
Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.

Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.
Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel “rinsavimento” sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l’altro ieri.

E tutto è sciaguratamente avvenuto sul “corpo ideologico” di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.

Lettera A G. by Ligabue

21 October 2008
Se ti scrivo solo adesso un motivo ci sarà
non è mica san Lorenzo
non ci sono stelle matte
su ’sta piccola città
non ci sono desideri da non dire come tempo fa
il destino ha la sua puntualità
hai lottato come un uomo con la brutta compagnia
che non eri mica stanco
che nessuno mai è pronto quando c’è da andare via
hai pregato bestemmiando per la rabbia per tutta l’agonia
per le scelte che stava facendo dio
non ci sono più i petardi
e nemmeno il diario vitt
le bambine occhiate in chiesa sono tutte quante sposesono tutte via da qui
non si affaccia più tua madre alla finestra a urlare “tòt a cà”
non c’è neanche più la tua curiosità
dove sono le ragazze che sceglievano fra noi
e dov’è la nave scuola che hai confuso con l’amore
e forse lo era più che mai
non c’è più la pallavolo e i tuoi attrezzi non c’è più l’hi-fi
non ci sono più tutti quanti i tuoi guai
quando hai solo diciott’anni quante cose che non sai

quando hai solo diciott’anni forse invece sai già tutto
non dovresti crescer mai
se ti scrivo solo adesso è che sono io così
è che arrivo spesso tardi
quando sono già ricordi che hanno preso casa qui
non è vero ciò che ho detto: qua c’è tutto a dire che ci sei
fai buon viaggio e poi poi riposa se puoi

III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma - 11 febbraio 1950

9 October 2008
“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare  le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”

Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l’11 febbraio 1950

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