Ninuzzu
Jul
24
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La lettera di Salvatore Borsellino

Lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Non � stato facile trovarla, nessun giornale italiano le ha dato, finora, molto spazio.

19 Luglio 1992 : Una strage di stato

Paolo BorsellinoPer anni, dopo l�estate del 1992 sono stato in tante scuole d�Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volont? di lottare, di quell�alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

Poi quell�alba si � rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D�Amelio, si � di nuovo assopita sotto il peso dell� indifferenza e quella che sembrava essere la volont? di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si � di nuovo spenta, sepolta dalla volont? di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, � iniziata un altro tipo di lotta, non pi� con il tritolo ma con armi pi� subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si � cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all�ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di s�, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

Per anni allora non sono neanche pi� tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l�abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguit? fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi pi� ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un�aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d�avorio limitandomi a giudicare ma senza pi� volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all�interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una �Relazione sull�infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo� da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli �superiori�, hanno subito la consueta sorte dell�archiviazione.

Gioacchino Basile � convinto che l�interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell�approfondimento di questo filone di indagine e l�averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della �necessit? � di eliminarlo con una rapidit? definita �anomala� dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell�agenda rossa.

Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all�interno del pi� ampio filone �mafia-appalti� che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell�eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

Il motivo principale credo invece sia stato quell�accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.

Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l�epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l�ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli �omissis� che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.

Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia pi� per nessuno, � lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell�Italia anche se questo aveva come conseguenza l�abbandono della Sicilia, cos� come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l�accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

E, conseguenza ancora pi� grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell� industrializzazione rispetto al resto del paese.

A seguire con il �papello� contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che � stata a mio avviso la causa principale della necessit? di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

A seguire, infine, con l�individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti �storici�.

Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

Come possono allora chiamarsi �deviati� e non consoni all�essenza stesso di questo Stato quei �Servizi� che, per �silenzio-assenso� del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti �nemici� nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come �nemici�, �comunisti� e �braccio armato� della magistratura, con un linguaggio che non � difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.

Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto �pretendere� dallo stato di conoscere la verit? sull�assassinio di Paolo, ma da �questo� Stato, dal quale ho respinto �l�indennizzo� che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli � stato tolto, sono sicuro che non otterr� altro che silenzi.

Gli stessi silenzi, lo stesso �muro di gomma�, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l�altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell�ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.

Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perch� da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non � mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalit? mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perch� venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l�impunit? di decine di �capi mandamento� che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre citt? della Sicilia.

Da parte mia sono certo che non riuscir� a conoscere la verit? in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l�ultimo perch� era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei �professionisti dell�antimafia� o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come �nemici� o come �braccio armato della magistratura� .

Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.

Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l�assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico pi� alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perch� non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D�Amelio.

Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l�incolumit? di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: �� arrivato in citt? il carico di tritolo per me�.

A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che �Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre� : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!

La stessa domanda inoltro all�allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla gi? data con l�affermazione fatta in quei giorni: �Nessuno segnal� la pericolosit? di Via D�Amelio� .

Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti pi� a rischio.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell�archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l�attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell�archiviazione dell�inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.

Per un�altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho gi? inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha gi? fatto, le indagini relative alla sparizione dell�agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parl� nell�incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.

O spiegarci perch�, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo usc� sconvolto tanto, come raccont� lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente

Altrimenti, grazie alla sparizione dell�agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.

E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D�Amelio.

Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007



Feb
22
By: spinoweb | Discussion (0)

Io quoto in pieno quanto scritto sotto!

SI CAPISCE, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l’onest? morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c’erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo.

Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d’oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillit? . Un bell’applauso ai Cavalieri dell’Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento.

Michele Serra (Repubblica.it)



Jan
08
By: spinoweb | Discussion (1)

corriere.it
«Via le rendite, o l’Italia torna povera»
Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa: «Dai piloti ai giudici, troppi privilegi. Va ritrovata l’ambizione nazionale»

Caro Direttore,
tra le cose da cui mi sono staccato a malincuore nel prestare giuramento come ministro della Repubblica vi è il privilegio di un regolare colloquio con quelli che erano divenuti i miei lettori: alcune centinaia di migliaia di persone di cui sentivo, pur non conoscendole individualmente, la viva partecipazione alla vita civile dell’Italia, il desiderio di capire la res publica, la volont? di farsi un proprio giudizio su grandi questioni del mondo di oggi. Oggi scrivo come colui che cerca di rendere conto dei motivi della propria azione, non di offrire un commento.
Coi miei vecchi lettori vorrei condividere una riflessione sulla questione che più mi occupa: come riportare l’Italia dalla stagnazione alla crescita?
In sintesi, risponderei così: si ritorner? alla crescita solo se all’ansia della rincorsa, che ci ha sospinto per anni, subentrer? , quale spirito animatore, una ambizione nazionale. Desiderio di eccellere come Paese, fiducia nelle sue forze, sguardo lungo.

***
Sono passate due generazioni dacché l’Italia usciva — sconfitta, distrutta e screditata agli occhi del mondo — dalla guerra e dalla dittatura, due sciagure di cui responsabili ultimi furono gli italiani stessi, soprattutto i più colti e benestanti. Soffrivamo di una povert? che oggi osserviamo solo in Africa o in Asia: denutrizione, analfabetismo, diffusione di malattie mortali, case senza elettricit? né acqua corrente, mancanza di lavoro e di elementare tutela nello stesso. Per decine di migliaia di toscani, abruzzesi, veneti, lucani la sola speranza era emigrare in Belgio, Francia, Germania, Svizzera o verso continenti lontani.
Nello spazio di due sole generazioni, gli italiani hanno realizzato — per merito loro e di chi li ha governati — una delle più profonde trasformazioni della loro storia: nel tenore di vita, nelle abitudini, nei rapporti personali e familiari, nella vita sociale, nelle istituzioni.
La trasformazione è andata di pari passo con la crescita economica, che per cinque decenni è stata superiore a quella dell’Europa in cui ci integravamo. In parte la trasformazione ha coinciso
con la crescita stessa: scarpe ai piedi, casa, elettrodomestici, automobile, figli alle scuole superiori e all’universit? , vacanze. In parte essa è stata consentita dalla crescita: pensioni, servizio sanitario universale, statuto dei lavoratori.

Parlo di crescita: un continuo aumento della produzione di beni e servizi, che permane attraverso le pause e le riprese osservabili nelle economie che crescono come in quelle che declinano.
L’economia non ha ancora risposto alla domanda che l’ha fatta nascere come scienza: che cosa determina la crescita? La risposta meccanica si limita a poco più di una tautologia: alla lunga — dice — la crescita è azionata da due motori, le forze di lavoro e la produttivit? . Ma la risposta non meccanica, che guarda oltre la macchina produttiva, è più profonda e non si racchiude in una formula algebrica: la crescita è un fatto della societ? , è voglia di costruire cose nuove, di guardare lontano, è fiducia nelle proprie forze, ambizione. Gli economisti parlano di «spiriti animali» ( animal spirits); ma Ulisse e Dante, al contrario, vi vedono l’essenza migliore dell’umano: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
Lo spirito che soffiò nei primi decenni del dopoguerra e sospinse la crescita lo potremmo chiamare ansia della rincorsa. Dai vertici rinascimentali del benessere, della raffinatezza, della produzione artistica e scientifica, dell’eccellenza nel mestiere delle armi e della politica l’Italia era discesa nella mortificazione di offrirsi come campo di battaglia e terra di conquista per le dinastie e gli Stati potenti («Francia, Spagna purché se magna»), terra di cuochi e di cantanti da esportazione. Dopo secoli di declino, il secondo dopoguerra è stato la breve stagione in cui abbiamo riagganciato l’Europa prospera.

***
Da circa dieci anni l’ansia della rincorsa non basta più quale propulsore della societ? italiana. Entrambi i motori della crescita hanno perso potenza. Poche le nascite, poche le persone che partecipano alle forze di lavoro; l’immigrazione di mano d’opera non qualificata non basta a tenere su di giri il primo motore. Pochi investimenti, poca ricerca in sempre meno numerose grandi imprese, poche invenzioni, pochi brevetti italiani, poca flessibilit? del lavoro nell’impiego pubblico e in quello privato: il secondo motore si è quasi spento. Soprattutto, poca fiducia, poca voglia di eccellere, paura di cambiare, rifiuto del rischio.
Abbiamo rallentato la capacit? di produrre e troppi si aggrappano alla rendita. La differenza stessa tra produzione e rendita talvolta ci sfugge. È rendita quella del giovane che si definisce imprenditore, mentre sta consumando l’avviamento dell’impresa fondata dal padre o dal nonno. O quella del titolare di cattedra che da anni non fa ricerca, non pubblica su serie riviste scientifiche, e non c’è mai per gli studenti. O quella del contratto di lavoro inflessibile, sempre più in contraddizione con la concorrenza mondiale e col cambiamento tecnologico. O quella dell’impiego pubblico dove l’impiegato non può essere trasferito ad altro luogo di residenza, né a diversa mansione, e neppure a diverso ufficio, mentre spesso nessuno controlla se va o no al lavoro. Due mesi l’anno di vacanza per i magistrati; due giorni la settimana di servizio per i piloti d’aereo; tre-quattro ore d’insegnamento la settimana (per pochi mesi l’anno) per l’accademico.

Ci siamo perfino abituati a sprecare la rendita: pigri studi in campi che non danno né vera cultura né prospettive di lavoro; largo consumo di beni superflui; prolungate degenze in ospedale in attesa di analisi che non richiedono ricovero; consumo dell’ambiente naturale.
Nelle imprese, nelle scuole, nella pubblica amministrazione, nei laboratori di ricerca e nei tribunali, nell’universit? vi è un’Italia della produzione, del rischio, dell’eccellenza, che non si rassegna. La ripresa in corso è anche suo merito. Ma non illudiamoci: se non avviene un mutamento profondo, se questo altro Paese non prende il sopravvento, l’Italia ridiventa un Paese povero. Povero al modo europeo del ventunesimo secolo, certo. Non più la pellagra e la malaria, non più famiglie di otto persone che dormono in una sola stanza e hanno il bagno in cortile, ma nuove forme di analfabetismo e di desolazione, degrado dell’ambiente, trascuratezza del costume. Quasi nessuno sa la lingua del mondo (l’inglese) proprio come quasi nessuno sapeva l’italiano quattro o cinque generazioni fa. Ignoranza del computer e della matematica. Incapacit? di scrivere in italiano senza errori. Povert? di beni collettivi, di trasporti che funzionano, di servizi pubblici elementari, di sostegni per chi perde il lavoro, di difesa del suolo e del paesaggio, incapacit? perfino di liberarsi dei rifiuti. Soprattutto, povert? di prospettive, di fiducia, di stima di sé.

***
Invece è possibile che si rafforzi e prevalga all’interno stesso del Paese la spinta di chi vuole perseguire l’eccellenza, superare i migliori, fare dell’Italia un Paese attraente per scienziati, imprenditori, ricercatori di talento, artisti. Nel tessuto sociale vi è questa aspirazione, la si avverte ogni giorno. L’ambizione, il desiderio di una meta alta, la disponibilit? al sacrificio sono presenti. Dipende da chi governa e insieme dalla classe dirigente animare e valorizzare queste forze, offrire un sostituto all’incentivo esterno che ci ha spinti per anni (le regole di Bruxelles, la paura di star fuori dall’euro, e via dicendo).
Chi governa deve essere oggi guidato da una ambizione sul futuro del Paese anche superiore a quella che gli stessi italiani sembrano in genere manifestare; deve allungare lo sguardo oltre l’orizzonte nel quale il quotidiano dibattito sembra volersi rinchiudere. Certo, non può dimenticare che in democrazia il sostegno dell’elettore è condizione per governare legittimamente; ma nemmeno deve dimenticare che ogni serio cambiamento — e di questo l’Italia oggi ha urgente bisogno — implica decisioni impopolari. Guai a identificare la legittimazione col responso quotidiano dei sondaggi. I sondaggi hanno più a che fare con la psicologia e le carenze affettive che con le istituzioni e la democrazia.
Chi nella societ? — in virtù della propria posizione o anche solo della propria personalit? — ha influenza sui comportamenti e i giudizi degli altri, ed è perciò parte della classe dirigente, deve sapere che di fatto è anch’egli parte del governo del Paese; e che dipende anche dal suo giudizio che l’opinione pubblica distingua l’essenziale dal secondario, l’effimero dal duraturo, che l’ambizione di un Paese migliore divenga desiderio e comportamento diffusi.


Tommaso Padoa-Schioppa
08 gennaio 2007



Nov
18
By: spinoweb | Discussion (1)

corriere.it

Venti slide, sessantotto pagine di «sintesi» dell’attuazione del programma. È il dossier su quanto gi? fatto e quanto messo in cantiere dal governo. Un elenco di leggi e provvedimenti (dal taglio del cuneo all’indulto) in mezzo a disegni di ingranaggi di una macchina, rotelle e chiavi inglesi per dare l’idea del work in progress. L’hanno presentato il ministro Santagata e il sottosegretario Letta al termine della conferenza stampa di Prodi sul bilancio dei primi sei mesi dell’esecutivo. Un deciso sforzo comunicativo che fa tornare alla mente i grafici cui fece ricorso Berlusconi quand’era a Palazzo Chigi. Un tomo che ha suscitato l’ironia del portavoce del premier attuale, Silvio Sircana, che rivolto ai giornalisti ha detto: «Potrete leggere per le prossime due-tre settimane».

Non male come idea, anche perchè sono fatte bene e non alla berlusca. Io ne ho lette un pò, ma sinceramente non so se tutti abbiano voglia di farlo ;)