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Intervista a Giovanni di Gregorio

1 March 2009

Ciao Giovanni, presentati ai nostri lettori, dicci chi sei e come sei arrivato al fumetto e, soprattutto, alla Bonelli?

Tutto iniziò con un breve corso tenuto da Gianni Allegra, cuore storico del fumetto palermitano, a quei tempi mi stavo laureando in chimica. Per un po’ feci il disegnatore, pubblicando vignette e storie brevi su riviste e quotidiani. Poi ci pensò il mio amico Sergio Algozzino, che stava raccogliendo intorno a sé gente per la rivista “Piccoli Brividi” della Panini, a insegnarmi i primi rudimenti di sceneggiatura.
Ci avevo preso gusto. Mandai dei soggetti di prova per Dampyr, di cui mi aveva affascinato il modo crudo con cui affrontava alcune tematiche. Il quarto tentativo andò bene, iniziavo la mia prima storia Bonelli. Dopo qualche mese entravo nello staff di Monster Allergy (Red Whale / Disney), che considero la migliore serie umoristica degli ultimi anni. Poi arrivò Dylan, e divenni sceneggiatore a tempo pieno.

E la laurea?

L’aria che si respirava all’università era per me diventata irrespirabile. Dopo aver lavorato e vissuto un paio d’anni in giro per l’Europa, quell’approssimazione e quella cialtroneria - per non dire altro - che vi scorgevo mi stavano strette. Finito il dottorato, decisi di lasciare la chimica per il fumetto: quanto a professionalità e serietà, resta un’esperienza nettamente superiore a quella universitaria.

Un cervello in fuga dal mondo universitario ha trovato un lido italiano nei fumetti, prendiamolo come il segno del fatto che il fumetto è cultura!

Prendiamolo piuttosto come il segno che il mondo universitario NON è cultura. Non sempre, per lo meno.
Quanto ai fumetti, si tratta di cultura a patto – ovviamente – che ci sia qualità. Condizione che vale d’altronde per la musica e la poesia, il cinema e la letteratura, o qualunque altro prodotto artistico. Il fumetto, popolare o autoriale, è un mezzo d’espressione potente e versatile, che può esprimere una gamma vasta di argomenti e toccare vette altissime. Lo dimostrano le opere di Spiegelmann, della Satrapi, di Stassen o del nostro Gipi, così come il Dylan Dog di Sclavi o il Ken Parker di Berardi. Oppure, sul versante non realistico, autori come Watterson, Quino e Altan.

In Italia però il fumetto è percepito più che altro come forma di intrattenimento.

Ed è un peccato, perché questo è riduttivo delle sua potenzialità. Fermo restando – sia chiaro – che fare un buon intrattenimento è importantissimo (e difficilissimo), molto più di quanto si creda: basti osservare i danni del cattivo intrattenimento.
In altri paesi, penso alla Francia e al Belgio, non viene fatta alcuna distinzione tra fumetto e letteratura. Lo splendido “Appunti per una storia di guerra” di Gipi l’anno scorso è stato eletto dalla prestigiosa rivista francese “Lire” come uno dei venti libri più belli dell’anno. Libri.

Tra Piccoli Brividi e Dampyr non c’è stata nessun’altra esperienza? E’ stata quella la tua prima scelta?

Sì, e penso che sia stata un’ottima scelta!

Dylan Dog e Dampyr sono due serie dai toni horror e vieni da Piccoli Brividi, sei uno sceneggiatore horror?

No, tutt’altro. Non è la componente horror che mi ha avvicinato a Dampyr, quanto il rigore quasi documentaristico di certi episodi storici, o degli scenari “geopolitici” in cui il nostro ammazzavampiri si muove. Amo le avventure di fiction che vengono ritagliate dentro una cornice storica o geografica ben precisa. In nome di questa maggiore aderenza alla realtà, c’è anche la possibilità di allentare un poco le maglie del “politically correct”, che è cosa buona e giusta.
In Dylan Dog l’orrore ha una valenza molto ampia, come i lettori sanno meglio di me. E poi Dylan è un personaggio così forte che si presta a registri diversi senza esserne snaturato. Puoi giocare con la struttura narrativa, facendo perdere il lettore nei labirinti della storia (come in “Dopo mezzanotte” o in “Memorie dall’invisibile”, di Sclavi) o prenderlo per lo stomaco e sprofondarlo in abissi di angoscia (come fa la Barbato). È un privilegio poter lavorare su un personaggio del genere.

Ti vedremo al lavoro su temi diversi? Su quali altri personaggi ti piacerebbe lavorare?

Più che di personaggi parlerei di storie. Mi piace scrivere (e leggere, non solo a fumetti) i reportage, le biografie, i racconti che frugano tra le pieghe della Storia o della Vita per portarne alla luce i personaggi minori o le semplici comparse. Quelli che hanno una vena sotterranea di denuncia, testimonianza o riflessione. I miei Dampyr risentono di questo mio pallino, almeno finora. E anche un paio dei Dylan Dog che ho scritto, il tutto adattato naturalmente al mo(n)do dylaniato.

La Bonelli ha appena lanciato le miniserie e a breve i “Romanzi a Fumetti”, pensi che le tue storie potrebbero adattarsi meglio ad uno di questi formati piuttosto che ad uno dei personaggi seriali bonelliani?

Le miniserie sono ideate e scritte tutte da un unico sceneggiatore, di chiara fama e provata professionalità, quindi non mi pongo nemmeno il problema. Quanto ai “Romanzi a Fumetti”, è esattamente quello che mancava in Italia, daranno una ventata d’aria nuova al mercato. Un racconto che si conclude in poche centinaia di tavole offre enormi possibilità di narrazione: è un meraviglioso territorio vergine in cui muoversi con lo spirito di un pioniere, dando spazio a storie e universi personali che in una serie verrebbero necessariamente sacrificati. È il formato del fumetto francese, tanto per capirci, ed è a causa della mancanza di uno spazio simile che tanti dei nostri talenti sono emigrati oltralpe. Certo, mi piacerebbe potermi cimentare in formati più liberi come questi. Per il momento mi faccio le ossa sulle classiche 94 pagine Bonelli, poi si vedrà.

In ogni caso come giudichi la prima esperienza di miniserie, Brad Barron, e la neonata Demian, pensi che questa potrebbe essere una soluzione vincente per il mercato?

Gran bella idea, le miniserie. Il numero ridotto di episodi garantisce una qualità sempre alta: né il disegnatore né lo sceneggiatore hanno il tempo di stancarsi o assuefarsi ai nuovi personaggi. E poi, vedi sopra, una miniserie permette di sperimentare cose che in una serie virtualmente illimitata sono proibite: fare morire dei comprimari, tanto per dirne una, o sconvolgere profondamente il mondo in cui agiscono i nostri eroi. Quanto al mercato, è ovviamente più facile incatenare il lettore per diciotto albi.

Tra i bonellidi invece con quale serie pensi che potresti fare un buon lavoro?

Non li conosco sufficientemente bene da farmene un’idea precisa. Però è interessante e coraggioso il progetto de “L’insonne” (Desdy Metus), di utilizzare scenari italiani per ambientarvi delle storie di mistero.

Ambientare le storie in Italia è il pallino di diversi sceneggiatori, anche in Bonelli. Tu stai lavorando a qualcosa del genere per Dampyr o Dylan Dog? D’altronde entrambi sono stati in Italia in passato…

Mi piacerebbe fare venire Harlan a Palermo, sto cercando l’idea giusta in mezzo alle tante che ho segnate su un foglio un po’ di tempo fa. La prossima storia che proporrò a Boselli magari sarà proprio questa. Dylan invece è molto più restio a lasciare casa sua, e le trasferte fuori dall’Inghilterra rimangono delle eccezioni.


Perchè pensi che sia così difficile fare accettare l’idea che le avventure si svolgano in Italia?

Perché siamo stati cresciuto a film made in USA, e adesso ci sembra che una storia non sia credibile se i protagonisti non si chiamano Jack o Donovan? Perché storicamente il fumetto seriale italiano è nato con una forte componente avventurosa, e l’avventura – si sa – è più avventura se si svolge in luoghi esotici e lontani? Non saprei.
Personalmente ritengo un grosso limite il fatto che il fumetto, sia esso d’evasione o “impegnato”, non racconti ciò che ci circonda. Eppure esistono degli esempi di ottimi fumetti ambientati in Italia. Penso al commissario Spada di Gonano/De Luca o a “Milano Criminale” di Cajelli/Guerreri, passando per le indimenticabili storie bolognesi di Pazienza. Recentemente è nata una piccola ma pregevole casa editrice, Beccogiallo, che ha deciso di specializzarsi in cronaca a fumetti. Tra gli argomenti pubblicati ci sono la strage di Bologna, il terremoto del Friuli del ‘78, il caso Unabomber e il delitto Pasolini, tanto per fare un esempio. Un altro modo di parlare dell’Italia.

A quali altri progetti stai lavorando fuori dall’ambito Bonelli?
Proprio per Beccogiallo ho tradotto e curato “Garduno, in tempo di pace – Resistere alla globalizzazione” del francese Philippe Squarzoni. È un rigoroso e appassionato saggio a fumetti sulla globalizzazione che uscirà in libreria a fine giugno e che consiglio caldamente. Sempre per Beccogiallo, in autunno sarà pubblicato “Brancaccio”, disegnato dall’ottimo Claudio Stassi, in cui racconto la mafia vissuta (assorbita) quotidianamente in uno dei quartieri più degradati di Palermo. Una storia di mafia senza proiettili, coppole o volanti della polizia che sgommano a sirene spiegate. Tanto più terribile quanto più ordinaria. Cambiamo genere: per la Pavesio è prevista in autunno, contemporaneamente in Italia e in Francia, l’uscita di “Last Travel Inc.”, fantascienza grottesca e sopra le righe. Il disegnatore è Marco Hasmann, un talentuoso esordiente. Per la Francia ho poi altri lavori miei, ancora in via di definizione. Last but not least, sto collaborando con la Red Whale, quelli di Monster Allergy, per un nuovo progetto. In cantiere ci sarebbe poi anche la sceneggiatura di un lungometraggio animato, ma qui i tempi di approvazione ed eventualmente di realizzazione sono biblici.

ayaaaak.net

Un’ultima cosa: segui mai le discussioni dei lettori su Internet? Hai un tuo spazio nella rete da cui essere raggiunto o pensi di crearne uno in futuro?

Io amo Internet, ma in genere lo frequento poco: anni fa mi sono disintossicato e cerco di mantenermi pulito. Passo anche troppo tempo davanti allo schermo di un computer (il lato poco sano di questo mestiere), ci manca solo il sito o il blog da aggiornare! Controllo la posta, leggo le notizie, cerco le informazioni che mi servono ed è tutto. Ah, e naturalmente vado su Ayaaaak tutti i giorni. ;-)

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