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L’Italia della realtà e quella della tv

30 March 2008

repubblica.it

di WALTER VELTRONI

CARO direttore, vedere l’Italia. Candidarsi a guidare un Paese implicava per me quest’obbligo e questa grande curiosità. Vedere l’Italia fa bene. Fa bene uscire dal racconto che la televisione ci regala ogni giorno e sul quale - ne ho raggiunto ormai la piena consapevolezza - tutto il dibattito pubblico si è riferito in maniera ossessiva e facile negli ultimi anni. Anche la politica.

Ho visitato più di ottanta province e alla fine del mio viaggio le avrò viste tutte. In Italia, l’Italia della televisione non c’è. C’è un Paese diverso. Un altro programma, migliore. I modelli, i valori, le parole, il linguaggio, non sono quelli che si ascoltano seduti sul divano di casa. La televisione non racconta e non rappresenta con verità quello che siamo.

È un mondo a parte ormai. Fatto di avatar che magari parlano anche italiano, ma che si muovono e interagiscono tra di loro in maniera totalmente innaturale. Reality e realtà non sono la stessa cosa, anzi spesso sono l’opposto. Persino l’innaturale bianco e nero della vecchia tv era più colorato e realistico dei nostri modernissimi e piatti - in tutti sensi - schermi al plasma. Ho cercato, da ministro delle attività culturali e da sindaco di Roma, di praticare un’idea semplice, persino ovvia. La cultura è l’unicità italiana. E la sua irripetibilità è una delle nostre più grandi ricchezze.

Le attività culturali fanno crescere bene i giovani, offrono loro occasioni belle di incontro, ne esaltano la creatività, li avvicinano alle grandi questioni del loro tempo e del futuro. Non dimentichiamoci che l’arte mette in scena il patrimonio delle nostre esperienze vitali, e rivela i nuovi e ancora segreti bisogni degli uomini. La cultura serve alla politica più di quanto la politica serve alla cultura. Nella spinta verso il cambiamento non si può fare a meno di spalancare spazi alle nuove idee, alle nuove arti, all’espressione della nostra contemporaneità, alle ragazze e ai ragazzi curiosi del mondo, e che vogliono raccontarsi con ogni forma di comunicazione.

Non va dimenticato che l’Italia è il regno dell’arte e della bellezza, splende di una cultura antica e nobilissima. Là dove i doni della storia, gli oggetti testamentari dei nostri antenati sono lasciati da parte o poco valorizzati, lo Stato ha il dovere di riportare vita. Gli stranieri che vengono da noi a bearsi delle antiche virtù italiane, devono guardare al nostro presente con lo stesso rispetto e ammirazione. Bisogna lavorare affinché alla cultura, proprio perché testimone vivente della nostra ricchezza artistica, non si faccia la carità, non sia un costo oneroso, ma una risorsa importante, un’opportunità di lavoro e una fonte di orgoglio e benessere per tutti i cittadini, persino una parte di quella strategia di crescita del Pil che è la mia priorità.

Attualmente i vari comparti della cultura e dell’arte, dal cinema alla musica, ai concerti, alla danza, agli spettacoli dal vivo, eccetera non possono agire con scioltezza e velocità perché sono incagliati nelle more di una burocrazia complicata, contraddittoria, farraginosa e frustrante. Molto si può risparmiare, ad esempio, semplificando la vita dei luoghi e delle imprese culturali, liberandoli dai piccoli e grandi ricatti amministrativi. Si dovrà agire affinché il pubblico dei musei, degli spettacoli e i lettori di libri tornino centrali nella politica delle istituzioni culturali, com’è avvenuto all’Auditorium di Roma, fiore all’occhiello della città e del paese.

Solo in questo modo si potrà puntare a una reale produttività della cultura. Così come bisognerà stabilire al più presto i profili professionali di chi vi lavora, affrancandoli da una insopportabile condizione precaria. E anche nell’ambito dei diritti d’autore i democratici vogliono affrontare la materia, considerando l’artista e il creativo lavoratori a tutti gli effetti, con i loro doveri e i loro diritti. E questo perché senza la loro opera non esisterebbero né arte né cultura.

In armonia con le politiche europee, l’Italia deve pensare a difendere e a costruire per il futuro la sua specifica identità. E se è vero che il processo di globalizzazione tende a farci tutti uguali, a valorizzare i grandi numeri e ad abbandonare a se stessi i piccoli (dove spesso c’è il meglio), è anche vero che offre opportunità nuove, che richiedono da parte nostra coraggio, apertura mentale, prontezza creativa e imprenditoriale. Al contrario di ciò che si pensa, il villaggio globale non ha un solo, megagalattico mercato, ma tanti banchi capaci di soddisfare i gusti più lontani e più diversi.

Certo, noi tutti, anche individualmente, sentiamo la necessità di custodire la nostra singolarità, la nostra unicità, la nostra personalità. La scuola, in proposito, non dovrebbe rendere i ragazzi tutti uguali, ma agire affinché emergano le differenze. La globalizzazione non è un mostro ringhiante, e anche se lo fosse sarebbe vile e sciocco non domarlo. La cultura è fondamentale proprio perché protegge l’integrità etica e spirituale degli esseri umani.

Diceva André Malraux che la cultura è ciò che ha fatto dell’uomo qualcosa di diverso da un accidente del cosmo. Soltanto con una visione ampia, non corporativa della cultura, si è più efficienti e si possono aprire spazi al nuovo, anche sul piano creativo. La coscienza di lavorare tutti per il medesimo scopo, al servizio non solo di noi stessi, ma della comunità e dei nostri figli, è una qualità intrinseca, necessaria a ogni civiltà evoluta.

Oggi “l’impresa” culturale ha urgente bisogno di sveltezza e semplificazione burocratica, di leggi non conflittuali e di un’accorta politica di defiscalizzazione. L’obiettivo è tenere la cultura il più lontano possibile dalle ingerenze dei partiti. E la politica deve sapere che la ricchezza di un paese non si misura soltanto dal Pil. Si può essere desolatamente poveri anche con le tasche piene di soldi. C’è stato qualcuno, nel passato, che quando veniva minacciato dalla spada, rispondeva con l’arma dell’arte. Come dire che con la bellezza si possono anche vincere le guerre. Anzi, non farle proprio.

Desiderio sessuale o amore?

22 March 2008

Nell’amore erotico due persone che magari fino a poco prima erano due estranei, hanno un desiderio di improvvisa intimità, che sembra far cadere in modo imprevisto tutte le barriere.

Il desiderio sessuale tende per sua natura alla fusione, spesso stimolato e accompagnato da forti emozioni. Questo può portare frettolosamente a concludere che ci si ama perché ci si desidera fisicamente. Ma il desiderio sessuale può essere stimolato non solo dall’amore, ma anche dall’ansia della solitudine, oppure dalla vanità, dal desiderio di essere conquistati o di conquistare, dalla spinta a ferire o perfino a distruggere.

L’intimità che viene stabilita principalmente attraverso il contatto sessuale, sembra a prima vista far superare la separazione dall’altra persona. Si tratta in realtà di una illusione di unione, più fittizia che reale. Infatti questa esperienza di improvvisa intimità è frequentemente di breve durata: quando ciò che prima era attraente e sconosciuto è diventato intimo e noto, può sembrare che non ci siano più barriere da superare né segreti da penetrare. Allora l’illusione svanisce e fa sentire i due più estranei di prima.

Di conseguenza si passerà a cercare “l’amore” con una persona nuova: ancora una volta l’esperienza di contatto e di caduta delle barriere sarà intensa, e poi di nuovo l’estraneo verrà trasformato in “intimo” e conosciuto, per cui rinascerà il desiderio di un nuovo amore, con l’illusione che sarà diverso dal precedente.

In realtà, se si potessero veramente sondare le profondità dell’altra persona, essa non diventerebbe mai veramente “nota” e scontata, e il miracolo di superare le barriere potrebbe rinnovarsi ogni giorno.
Se però il legame viene stabilito principalmente attraverso il desiderio e il contatto sessuale, può rimanere soltanto una reazione superficiale e spontanea, destinata a consumarsi velocemente, quando la personalità dell’altro sembrerà esplorata ed esaurita.
L’amore rimane una sensazione, che se ne va così come è venuta.

Ma l’amore è innanzitutto una attitudine interiore, un “potere dell’anima”, che determina il modo con cui ci si rapporta in primo luogo con il mondo e con gli altri.

Maria Teresa Lucheroni

Internet-dipendenza

19 March 2008

American Psychiatric Association

Issues for DSM-V: Internet Addiction
Jerald J. Block, M.D.

Internet addiction appears to be a common disorder that merits inclusion in DSM-V. Conceptually, the diagnosis is a compulsive-impulsive spectrum disorder that involves online and/or offline computer usage (1, 2) and consists of at least three subtypes: excessive gaming, sexual preoccupations, and e-mail/text messaging (3). All of the variants share the following four components: 1) excessive use, often associated with a loss of sense of time or a neglect of basic drives, 2) withdrawal, including feelings of anger, tension, and/or depression when the computer is inaccessible, 3) tolerance, including the need for better computer equipment, more software, or more hours of use, and 4) negative repercussions, including arguments, lying, poor achievement, social isolation, and fatigue (3, 4).

Some of the most interesting research on Internet addiction has been published in South Korea. After a series of 10 cardiopulmonary-related deaths in Internet cafés (5) and a game-related murder (6), South Korea considers Internet addiction one of its most serious public health issues (7). Using data from 2006, the South Korean government estimates that approximately 210,000 South Korean children (2.1%; ages 6–19) are afflicted and require treatment (5). About 80% of those needing treatment may need psychotropic medications, and perhaps 20% to 24% require hospitalization (7).

Since the average South Korean high school student spends about 23 hours each week gaming (8), another 1.2 million are believed to be at risk for addiction and to require basic counseling. In particular, therapists worry about the increasing number of individuals dropping out from school or work to spend time on computers (5). As of June 2007, South Korea has trained 1,043 counselors in the treatment of Internet addiction and enlisted over 190 hospitals and treatment centers (7). Preventive measures are now being introduced into schools (9).

China is also greatly concerned about the disorder. At a recent conference, Tao Ran, Ph.D., Director of Addiction Medicine at Beijing Military Region Central Hospital, reported 13.7% of Chinese adolescent Internet users meet Internet addiction diagnostic criteria—about 10 million teenagers. As a result, in 2007 China began restricting computer game use; current laws now discourage more than 3 hours of daily game use (10).

In the United States, accurate estimates of the prevalence of the disorder are lacking (11, 12). Unlike in Asia, where Internet cafés are frequently used, in the United States games and virtual sex are accessed from the home. Attempts to measure the phenomenon are clouded by shame, denial, and minimization (3). The issue is further complicated by comorbidity. About 86% of Internet addiction cases have some other DSM-IV diagnosis present. In one study, the average patient had 1.5 other diagnoses (7). In the United States, patients generally present only for the comorbid condition(s). Thus, unless the therapist is specifically looking for Internet addiction, it is unlikely to be detected (3). In Asia, however, therapists are taught to screen for it.

Despite the cultural differences, our case descriptions are remarkably similar to those of our Asian colleagues (8, 13–15), and we appear to be dealing with the same issue. Unfortunately, Internet addiction is resistant to treatment, entails significant risks (16), and has high relapse rates. Moreover, it also makes comorbid disorders less responsive to therapy (3).

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